La carestia del 1764

Tratto dal libro “La carestia del 1764 e il colera del 1837” di CARMINE PORCARO


Lo scarsissimo raccolto dell’annata 1763 portò nel Regno di Napoli stenti e privazioni difficili da descrivere, di più da immaginare al giorno d’oggi. Moltissimi, tanti non riuscirono, infatti, a sopportarli e ne morirono.
La stessa Benevento che, assieme ai suoi casali di San Leucio e Sant’Angelo a Cupolo, faceva parte dello Stato Pontifìcio, ebbe i suoi rilevantissimi problemi, i suoi morti d’inedia, le furberie degli sciacalli di turno, le sacrosante punizioni. Molto diligente, al riguardo, il lavoro del parroco di San Nazzaro, il Vicario Curato Perpetuo Giuseppe Riola il quale, diversamente da quanto fecero i suoi colleghi degli altri Paesi qui esaminati, annotò i morti per fame. Questa precisione non la troviamo da nessun’altra parte, per cui non è possibile separare i morti per fame dagli altri. Ma è ragionevole supporre che i più siano morti per mancanza di cibo e, d’altra parte, lo studio delle costanti demografiche non lascia, a proposito, alcun margine al dubbio.
L’approccio con le origini della carestia lo iniziamo da Pietro Colletta (1), nella sua Storia del Reame diNapoli (f.lli Melila Editori, La Spezia, 1990): “Nell’anno 1763, per iscarso ricolto (= raccolto) di biade, i reggitori si affrettarono a provvedere l’annona pubblica, i cittadini la privata: ma volse in danno il rimedio, però che il molto grano messo in serbo, soccorrendo i bisogni avvenire, trasandando i presenti, fece la penuria nel cominciar dell’anno 1764 certa ed universale. Le inquietudini e i lamenti del popolo, i falli del governo, l’avidità dei commercianti, e i guadagni che vanno congiunti ad ogni pubblica sventura, produssero danni maggiori e pericoli: si vedevano poveri morir di stento: si udivano vuotati magazzini o forni: poi furti, delitti, rapine innumerevoli. La reggenza, prefiggendo alle biade piccolo prezzo in ogni terra o città, desertò i mercati: dicendo non vera la penuria ma prodotta da monopo listi, concitò turbolenze: e disegnando (=indicando) a nome certi usurai, furono uccisi. Spedì nelle province commissari regi e squadre di armigeri a scoprire i depositi di frumento, metterlo a vendita ne’ mercati, e punire (diceva l’editto) gli usurai nemici de’ poveri; Capo de’ commissari con suprema potestà era il marchese Fallanti, che, a mostra di rigorosa giustizia, faceva alzare le forche ne’ paesi dove poco appresso ei giugneva con seguito numeroso ed infame di birri e carnefice. Nessun deposito fu scoperto, però che tutti i magazzini erano stati innanzi vuotati dal popolo, nessun uomo restò punito.perché non mai vero il monopolio: quelle provvidenze valsero a palesare la stultizia del governo, e accrescere nella plebe la disperazione e il disordine. S’ignora quanti morirono di fame, e quanti ne’ tumulti, gli uni e gli altri non computati per negligenza, o non palesati per senno del governo. Finalmente, saputa ne’ mercati stranieri la fame di Napoli, vennero con gara di celerilà molte barche di grano, e la penuria cessò. Allora nuova prammatica sciolse i contratti della carestia, riducendo a prezzi bassi ed a condizioni prescritte le cose innanzi pattovite (= pattuite) per comune volontà e interesse; ed altra prammatica rimise le colpe (furti, spogli, omicidi) commesse per causa di penuria. Tutte le dottrine di Stato, tutte le giustizie furono conculcate.
Ne i riferiti avvenimenti ammaestrarono la reggenza: per lo contrario, divenuta più timida, accrebbe negli anni seguenti le provvigioni dell’annona, vietò l’uscita a’ prodotti nativi del regno, doppiò la povertà. E però i contadini, migrando a stuoli non che a famiglie, fecero necessario nell’aprile del 1766 che il governo li ritenesse per leggi e pene”.
Fin qui il Colletta che descrive, con sufficiente chiarezza, il quadro dentro il quale maturò la catastrofe. Non manca, ed è un merito del Colletta, l’individuazione delle cospicue responsabilità politiche che non diciamo causarono, ma almeno favorirono, una fenomenologia di tanta imponenza. Lodevole l’onestà del Colletta.
Ma non mancano altre pubblicazioni. Particolarmente attuale lo studio di Annibale Laudato La carestia del 1764 nell’alta Valle del Tammaro edito a cura dell’Autore nel maggio del 1983 e stampato dalla Tipografia Pollastro di Torrecuso. Oltre ai dati terrificanti del flagello nei Comuni di Sassinoro, Campolattaro, Morcone, Circello, Reino e Castelpagano (2583 morti cui vanno aggiunti gli almeno 350 di Colle Sannita non registrati) Laudato si sofferma con seria analisi sulla demografia, l’economia, il sociale, insomma sulla condizione d’insieme di un comprensorio che è poi uguale, in buona sostanza, al resto della Provincia e forse del Meridione.
Così esordisce Laudato (2): Il 1700, che fu secolo di crescita ma che non mancò di crisi economiche, è tristemente famoso per il Sud per il 1764, l’anno della penuria e della fame.
Il Flagello, che colpì inesorabilmente il Mezzogiorno d’Italia, sconvolse non solo Napoli e le altre città del Regno con forte addensamento demografico, nel cui ambito erano più forti i rigori della carestia, ma anche i piccoli centri rurali in apparenza meno vulnerabili perché produttori di derrate alimentari. L’ondata di mortalità fu anche lì cosi intensa che in molti fece presagire un ritomo ai tristi tempi della peste del 1656.
Dal volume Benevento e i Fatebenefratelli di Giovanni Giordano (Auxiliatrix, 1976) leggiamo (3) “I poveri che son venuti in Benevento che sono finora al numero di seimila poveri, quali tutti vanno elemosinando e gridando ad alta voce la carità per la Città, cose che ti fanno inorridire… – Cronaca manoscritta pubblicata da La settimana di Benevento, 1902, Anno IV, 21, 22, 24, 25. L’ospedale generosamente si apre e si impoverisce per una larga assistenza alla moltitudine degli infermi, tanto cittadini, quanto forastieri, che sono concorsi nello Spedale… (Archivio Storico Provinciale – Museo – Benevento – Deliberazioni Consiliari, 1751-1766 fogli 288—289”. E ancora: “XXXVII – Libermortuorum della Parrocchia di S. Marco de Sabariani (anno 1764, foglio 54 v). Una delle tante testimonianze sulla tragicità della carestia del 1764: a dì 23 giugno 1764 Cecilia Girone (Girone) figlia di Marcellino e Vittoria D’Amico di anni 55 in circa morta in casa di Teresa Anzovino, quale per carità L’ACCOLSE IN SUA CASA, PER NON FARLA MORIRE IN MEZZO ALLA STRADA (Opera citata).
E infine a pagina 52: 1764. …Il grave interesse sofferto nella decorsa penuriosa annata per il gran numero degli poveri Infermi nel detto Suo Convento concorsi e da quei religiosi caritativamente raccolti, ed assistiti ma anche il gran commodo che se ne ricava da questa città, e suoi cittadini del detto Spedale nelle loro indisposizioni -. (Archivio Storico Provinciale – Museo – Benevento – Fondo Civico: Deliberazioni Consiliari, 1751-1766, foglio 298 r.).
Sulla carestia del 1764 è possibile leggere qualcosa di Alfredo Zazo (4): “Nel 1764, incombendo minacciosa su Benevento come in tutto il Regno di Napoli la carestia, adeguate misure furono attuate da uno dei suoi più benemeriti governatori, Stefano Borgia (5) che resse la Città dal 1759 al 1764, meritando l’apposizione di una lapide nel Palazzo del Comune che lo ricorda come salvatore della Città. Fra i suoi provvedimenti, l’attuata proposta di sospendere la Fiera dell’Annunziata importante per numeroso afflusso di forestieri. Convocato dal Borgia il Consiglio cittadino, il 4 marzo 1764, ecco quanto fu riassunto nel verbale di quella seduta: “Dall’Ili.mo e Rev.mo Monsignor Governatore è stata fatta la seguente proposizione: Signori miei, ho fatto convocare il presente Consiglio a fin di passare nella loro intelligenza che approssimandosi l’imminente Fiera della SS. Annunziata che ogni anno nel dì 25 dell’andante mese, per otto giorni continui suoi celebrarsi in questa Città, ben sanno quale sia il concorso di ogni ceto di forestieri che vengono con animali e mercanzie per qui alienarli (= venderli). In tal congiuntura si verrebbe senza dubbio a consumare tutto il grano che qui rattrovasi per la provvista e il mantenimento dei soli cittadini.
Ora è ben chiaramente nota a lor Signori, la carestia estrema di ogni genere di vettovaglie che da per ogni dove corre e in particolare in questa Città e considerando nello stesso tempo, che il grano in questa Città esistente non è sufficiente che al solo mantenimento dei poveri cittadini sino alla ventura raccolta, ho rilevato che consumato dai forestieri sudetti, verrebbe questo popolo a patire gravi danni. Onde lascio a lor Signori il ponderare con matura riflessione sulla delicatezza della materia, pur troppo grave e spinosa, gli espressi motivi da me esposti, del non farsi la Fiera suddetta. Può ognuno, liberamente, su tal pendenza, dire i suoi sentimenti”. “Quale proposizione intesa dai Signori Consoli e Consiliari e ben discussa, è stato risoluto viva voce et nemine discrepante (con nessuno dissenziente, n.d.a.) vel contradicente, che attese le accennate, giustificate cause di sopra dette, non doversi dar seguito alla Fiera dell’Annunziata in questo corrente anno 1764. Per il di cui effetto farsi imprimere in stampa più editti e questi mandarsi in diversi luoghi del Regno di Napoli a fin di farsi noti ai negozianti. E’ stato ciò determinato in conformità del savio pensiero di detto Monsignore Ill.mo e Rev.mo Governatore e si sono e sino sono dati per la sollecita e pronta esecuzione, gli ordini convenienti”.
Pagina importante, tirata fuori da un volume assai utile e stimolante, dei tanti lasciati da Zazo, figura largamente preminente nella storiografia di Benevento e della sua provincia. Diciamo subito che Zazo non è il solo a entrare nella carestia del 1764, a parte gli autori già citati.
Mons. Antonio De Rienzo (6), nel 1923, si era ampiamente occupato della carestia con una pregevole monografia intitolata La carestia e l’epidemia del 1764 in Benevento, riportata, alla fine dell’anno successivo, sugli Atti della Società Storica del Sannio, donde la recuperiamo noi grazie alla consueta, squisita disponibilità degli amici studiosi e bibliofili Salvatore Basile e Mario Boscia. Il lavoro del De Rienzo, detto per la cronaca, pesca con abbondanza (e anche qui sta il cospicuo merito di questo prolifico e autorevole ricercatore) nel lavoro di Michele Sarcone, Istoria ragionata de’ mali osservati in Napoli nell’intero corso dell’anno 1764 scritta da Michele Sarcone, medico direttore dell’Ospedale del Reggimento svizzero di Iaich – Napoli, 1838:
II perché della scelta è spiegato dallo stesso De Rienzo nella monografia che riportiamo, soprattutto perché ci aiuta non poco a rivisitare i luoghi e ritrovare atmosfere altrimenti difficili da individuare e pure da immaginare.
Buon ultimo, ma certo non tale per qualità d’indagine e rigore di analisi il contributo che, sull’argomento, fornisce Gianni Vergineo nella sua Storia di Benevento.
Vediamo cosa scrive sulla carestia, nel capitolo dal titolo: La carestia nel granaio: (7) “II periodo e, va dal 1759 al 1764 è uno dei più critici del regno di Napoli, ma è molto grave, anche se un po’ meno, per Benevento: la miseria attinge livelli estremi di squallore: la morte per fame e una dominante nel funereo paesaggio sociale.
Nel 1764 il Governatore Stefano Borgia (1759-64) si trova di fronte ad una situazione esplosiva. L’anno rappresenta l’acme della catastrofe di un dramma già abbastanza doloroso negli atti precedenti: fame e peste galoppano con il ghigno della morte. Le piaghe tradizionali ora sono virulentate dalla tremenda congiuntura. La carestia fa strage di vite e di rapporti umani. Si allenta ogni freno morale e sociale. La gente si da al contrabbando, al brigantaggio, ai tumulti, ai saccheggi una volta impegnato anche il letto per un po’ di farina.
Cade nell’anomìa. I registri dei Monti frumentari o di pietà, gli status animarum, i libri dei morti, dei matrimoni e dei battesimi, gli atti pubblici hanno una eloquenza agghiacciante. Gli uomini crollano sotto il flagello come spighe sotto la falce.
Il Governatore, dice ENRICO ISERNIA (8), fece mirabili sforzi per preservare la città da siffatta sciagura. E, mediante le sue cure e i sagaci provvedimenti adottati in tale occasione, il frumento vendevasi a Benevento per meno di un terzo del prezzo col quale compravasi nei mercati di Napoli. Né ciò è tutto. Egli fece accogliere con molta larghezza in Benevento tutti i regnicoli che vi trassero per fuggire la morte, e dispensare ai napoletani, a prezzi discretissimi, come in tempi ordinari, il grano che si stimò esuberante ai bisogni del paese. E con tutto ciò vi fu una inusitata mortalità in quell’anno, per cui il Comune a interrare tanti cadaveri costruì l’antico camposanto che giace poco più di un trar di mano dal ponte Lebbrosi”. La verità è che, per conservare alla città le sue scarse risorse e preservarla dal contagio, il Borgia si preoccupa di far deliberare dal Consiglio cittadino il blocco dall’interno con provvedimenti severi tra i quali la sospensione della fiera dell’Annunziata, onde evitare l’afflusso dei forestieri e postulanti. Del resto la situazione è abbastanza nota. La città, per la sua posizione difficile, è costretta a conservare congrue scorte di grano, onde poter fronteggiare eventuali blocchi economici. Praticamente essa si trova alla mercé del rè di Napoli che allenta o stringe la presa a secondo dei suoi interessi. Se ha bisogno di grano minaccia o attua l’accerchiamento finché non abbia ottenuto il quantitativo richiesto e al prezzo più conveniente. Di fatto è Napoli che fissa il prezzo, non il Governatore di Benevento. Il quale, in occasione della carestia, certamente fa tutto ciò che è in suo potere, ma non nel senso indicato da Isernia, che è quello apologetico della tradizione municipalistica, bensì nell’unico senso possibile: cedere al rè di Napoli il grano che non si può rifiutargli e accantonare per la città le riserve precauzionali del caso e nello stesso tempo difènderla dall’assedio dei regnicoli affamati, che, certamente, non fa accogliere con molta larghezza, ma è costretto dalla ressa tumultuosa a sistemare, comunque, nel suburbio e nel numero consentito dallo stato di necessità.
Sono cose che capitano un po’ dovunque, ma che forse a Benevento assumono un aspetto particolare, data la fama che la città pontificia gode per la intraprendenza dei suoi mercanti di grano e la instancabile pertinacia dei suoi incettatori. Se il Governatore meritasse per queste sue operazioni il titolo di salvatore della patria che gli assegna una lapide nel cortile del palazzo municipale, nessuno lo può dire. Una cosa è certa: che egli si comporta, pur tra mille contraddizioni, da comune uomo di governo. Lo dicono i fatti. E molti aspetti della sua opera restano piuttosto oscuri e ambigui. Uno di essi è che il Salvatore della città non riesce a salvare la povera gente. E questo è un aspetto di non poco conto. I poveri non hanno ville dove rifugiarsi per sfuggire al contagio. I poveri cadono perciò come spighe sotto la falce. Anche a Benevento i cadaveri si decompongono spesso all’aria aperta per la impossibilità di componi in una bara. L’attrezzatura dell’ospedale di S. Diodato è messa a dura prova. L’ardore di carità dei frati fa miracoli. Ma la sciagura è immensa. E le risorse umane si cimentano con un destino schiacciante.
Si pensi alla successione tragica degli eventi che è come la graduale epifania di un fato incalzante. Nel 1759, all’improvviso, si presenta la prima costellazione maligna, per una combinazione di fattori climatici e di agenti parassitari che si aggiunge alla forte crescita demografica. Nel 1761-63 scende a zero la produzione granaria. Si adottano misure contraddittorie dettate più dal panico che dalla ragione. Si incetta ciò che si può. Si proibiscono di colpo le esportazioni. Si tenta la calmierazione dei prezzi. Ma il contrabbando dilaga con la scomparsa del mercato legale delle derrate alimentari, non senza la complicità di funzionari ed ufficiali pubblici. Nel 1764, infine, che è l’anno più rovinoso, la popolazione esterna si addossa e si assiepa intorno alle mura di Benevento per avere cibo e riparo.
Quattro taverne prese a nolo fuori Porta Rufina, congestionate di poveri, lì raccolti per carità, mandano un tanfo pestilenziale, creando problemi igienico-sanitari insolubili, con i pochi mezzi a disposizione. I provvedimenti, come al solito, esaltano la malizia degli speculatori. I prezzi del mercato nero salgono vertiginosamente alle stelle, mentre il mercato legale è quasi inesistente. In questa situazione solo i signori sono coperti. I poveri sono spazzati via dal vento gelido della morte e importa poco o nulla che il prezzo ufficiale del grano sia modesto, se non si trova nel mercato o se mancano i pochi soldi che occorrono per la povera razione. L’annona rivela, ancora una volta, la sua natura d’istituzione protettiva del privilegio signorile e mercantile. Tutte le pubbliche magistrature denunciano la loro impotenza. E’ una prova che lascia il segno”.
Il nostro lavoro di ricerca, lungo e meticoloso, comprende Apice, Calvi-San Nazzaro, Ceppaloni, Terranova di Arpaise (prima era il contrario, e cioè Arpaise di Terranova), San Giorgio (non Completo perché sono andati dispersi i Libri dei Defunti) e San Leucio del Sannio (9) ed è stato possibile grazie alla fattiva disponibilità e collaborazione dei parroci (che elenchiamo nel ringraziamento iniziale), custodi di quell’immenso, fondamentale patrimonio che sono i libri parrocchiali (Status Animarum, Libri Baptizatorum, Matrimoniorum e Mortuorum): ad essi un doveroso ringraziamento; ai loro predecessori, estensori dei Libri – talora stilati con calligrafie superbe -, la gratitudine degli studiosi e della comunità. Agli Autori che, prima di noi, hanno affrontato la materia, la doverosa riconoscenza di chi, come noi, ha ripreso il discorso col solo scopo di consegnare al Lettore alcune pagine della propria storia. Fatta anche di fame, di epidemie, di sofferenze atroci, di morte. Ma che, fortunatamente, non si è arrestata ne nel 1764, ne, poi, negli anni del colera del 1837 e infine, accadimento di questo nostro XX secolo, nella spagnola del 1918, che non abbiamo affrontato per carenza assoluta di materiale documentario. La storia, fortunatamente, ha continuato il suo corso, tra chiari e scuri, ma senza l’imponenza crudele dei lutti e sofferenze che abbiamo cercato di descrivere, segnatamente con l’aiuto del De Rienzo.
L’augurio, se è utile farne, è quello che non si debba più morire di fame dopo aver mangiato, come accadde nel 1764 per non esservi di meglio, lattucaine, lordiche ed altre selvaggie (10) come riporta la cronaca coeva recuperata, ad inizio del suo lavoro, da Antonio De Rienzo.
1) COLLETTA PIETRO (Napoli 1775 – Firenze 1831) Generale, uomo politico e storico. Ufficiale del genio dell’esercito borbonico, non nascose le sue simpatie per i rivoluzionari del 1799 e con la Restaurazione venne arrestato. Nel periodo francese (1806-14) pervenne ai più alti gradi militari e fu tra l’altro giudice del tribunale straordinario di Terra di Lavoro e dei due Principati. Come giornalista diresse il Monitore napoletano. Prese poi pane alle campagne del 1814 e 1815 e trattò con gli Austriaci il ritorno del Napoletano ai Borboni, i quali, per gli alti suoi meriti militari, non lo privarono del grado, limitandosi a tenerlo per qualche tempo in disparte. Nel 1820 ebbe il comando della IV divisione, militare, ma i moti carbonari di quell’anno lo ritrovarono tra i più fervidi sostenitori del nuovo ordinamento costituzionale. Tenne quindi il Ministero della Guerra e della Marina (1821). Gli sfortunati eventi militari che seguirono lo costrinsero all’esilio. Esule in Toscana, scrisse la Storia del Reame di Napoli dal 1734 al 1825.
2) A. LAUDATO, opera citata.
3) G. GIORDANO, opera citata.
4) ZAZO A., (1889-1987), Curiosità stanche beneventane, De Martini, Benevento, 1976, pagg. 98-99: E’ il pezzo intitolato La carestia del 1764 e la mancata Fiera dell’Annunziata.
5) BORGIA STEFANO, nato a Velletri il 3-12-1731, morto il 23-11-1804. Compì i primi studi sotto la guida dello zio Alessandro Borgia arcivescovo di Fermo. Giovanissimo fu ascritto a numerose accademie non esclusa la più nota Arcadia. In Roma frequentò l’istituto dei Nobili ecclesiastici di preparazione alla carriera prelatizia e ben presto, nel 1758, Benedetto XIV lo creava protonotario apostolico e referendario dell’una e dell’altra Segnatura. L’anno seguente, Clemente XIII lo inviava nella città pontificia di Benevento. Fu il suo, illuminato governo (1759-1764). Benefico verso le classi disagiate, represse enèrgicamente il brigantaggio e frenò ingordigie di speculatori durante la carestia e la successiva epidemia del 1763-4, sicché il 17 maggio 1764 i pubblici rappresentanti deliberarono l’apposizione di una lapide nel palazzo del Comune perché egli fosse ricordato come Salvatore della Città (A. ZAZO, Dizionario bio-bibliografico del Sannio, Napoli, 1973).
Il Borgia è molto noto, inoltre, per aver scritto le Memorie istoriche della pontificia città di Benevento dal sec. VIIIalsec. XVIH(Rom.a, Stampe del Salomoni, 1763-1764-1769, poi riproposte in ristampa anastatica, dalla Forni di Bologna).
6) ANTONIO DE RIENZO nacque a Benevento l’11 maggio 1866 e morì nel 1940. Di lui riportiamo la scheda pubblicata da Alfredo Zazo sul Dizionario bio-bibliografico del Sannio, Napoli, Fiorentino, 1973: “Arciprete di quella Chiesa, protonotario apostolico, cappellano dell’Ordine di Malta, solerte e benemerito bibliotecario della locale biblioteca arcivescovile Pacca. Illustrò la sua città nativa con numerose pubblicazioni frutto di assidue ricerche nella ricca raccolta di manoscritti di quella biblioteca. Diresse il Bollettino ecclesiastico fondato nel 1867 da B. Feuli (1820-1884) e collaborò a riviste e a quotidiani.
Fra le sue pubblicazioni: Vittoria Colonna a Benevento (1915); Monsignor Della Casa arcivescovo di Benevento (1922); Il Diario del cardinal Carafa (1923); La carestia e l’epidemia del 1764 in Benevento (1923); S. Tommaso d’Aquino e Benevento (1926); Aneddoti biografici di V. M. Orsini poi Papa Benedetto XIII (1929); L’Ordine di Malta in Benevento (1931); Leone XIII a Benevento (1931); Tiberio Pacca (1937).
Opere – Quasi tutti i suoi scritti sono riportati dal periodico La Settimana (Benevento), dalla Rivista Storica del Sannio, dagli Atti della Società Storica delSannio e dalla rivista Samnium. Scrisse inoltre: Cenni storici della statua e delle due chiese di Maria SS. Delle Grazie (Benevento, D’Alessandro, 1893, II ediz.); Il Seminario diocesano di Benevento (Benevento, De Martini, 1933); Cronotassi e blasonari dei Pastori beneventani (idem); Per il XXV anniversario dell’Ordine sacerdotale di S.E. Monsignor Adeodato Piazza are. di Benevento (1908-1933, idem).
7) VERGINEO G., Storia di Benevento, Voll. I-IV, Ricolo, Benevento, 1985/89, II, pp. 215 e ss.
8) ISERNIA ENRICO (Benevento 30-3-1831 / 12-2-1907). Iniziò i suoi studi nel locale Collegio gesuitico dal quale venne allontanato per aver mostrato sentimenti liberali. Nel settembre 1860 partecipò al moto insurrezionale che liberava la Citta dal plurisecolare governo pontifìcio. Pubblicò allora, La Nuova Italia, periodico che ebbe breve vita. Laureato in giurisprudenza, si dedicò all’insegnamento, partecipando pur sempre alla vita politica e amministrativa. Nel 1866 fondò col Corazzini La Gazzetta di Benevento di indirizzo moderato in opposizione al giornale II Nuovo Sannio (1863-1876) diretto da Salvatore Rampone, e nel 1873 Il Foro, giornale giuridico. Dotato di temperamento versatile, scrisse due volumetti di versi, due tragedie, saggi giuridici e articoli vari nella Gazzetta di Benevento e nell Avvenire di Benevento e sopra tutto, la Istoria della città di Benevento che ebbe varie edizioni e aggiunte (A. ZAZO, Dizionario bio- bibliografico…cit.).
9) Registri degli Archivi parrocchiali (Libri Mortuorum o Defunctomm)
10) DE RIENZO A., op. cit., – Si tratta di varietà selvatiche delle lattughe, di ortiche ed erbe che, dalle nostre parti, non è raro sentir definire come pazze per intendere che non sono esattamente raccomandabili per lo stomaco e il palato).

Ruggiero Scillato

Ruggero Scillato (il cognome forse deriva da una versione dialettale di “stellato”, probabilmente riferito allo stemma) (+ post 1258), Cavaliere, Signore di Sicignano, apparteneva ad una casata normanna di Salerno.
A1. Giovanni, Signore di Sicignano, Stratega di Salerno nel 1270, nel 1284 era uno dei cavalieri incaricati di reperire i fondi per il riscatto del Duca di Calabria. B1. Maria, divenne Signora di Petina e Romagnano alla morte precoce del figlio Ughetto. = Jacopo di Francesco Signore di Petina e Romagnano (+ 1283).
A2. Matteo, Medico di Carlo I Re di Napoli.
A3. Guglielmo, Signore di Vasto, Cavaliere nel 1273.
B1. Guglielmo (* postumo …. + post 1324), Signore di Vasto, Ciambellano del Duca di Calabria nel 1322, Vicerè della Capitanata dal 1323/1324.
A4. Berardo, Consigliere Regio nel 1283 e Familiare del Re Carlo I d’Angiò, ambasciatore napoletano presso il Papa nel 1283, Vicerè del Principato Ultra nel 1284, Signore di Atripalda dal 1291; il 5-12-1284 fu uno degli incaricati regi a reperire i fondi per la campagna militare in Sicilia.
B1. Pandolfo, Signore di Atripalda, Vicerè di Terra d’Otranto nel 1311, nel 1289 era Cavaliere = post 1289 (?) Eufrasia Signora di Ceppaloni e Circello
C1. Niccolò detto “Imbriaco”, Signore di Circello e Ceppaloni, Cavaliere, Governatore dell’Aquila e Vicerè d’Abruzzo nel 1343/1344. = Luisa d’Alemagna, figlia di Guiduccio Signore di Buccino (v.)
D1. Ugone (+ ante 1400), Signore di Ceppaloni, Circello e Chianchitello, a cui aggiunse Forcella e Colle. = Rita di Molise (de Molisi), sorella di Antonio di Molise Maggiordomo Maggiore del Re Ladislao I (+ post 1400), tutrice delle figlie.
E1. Ilaria (detta Flavia) (+ post 1454), Signora di Ceppaloni e Chianchitello, la sua eredità venne smembrata per ordine regio; nel 1454 rinuncia alla successione del feudo di Ceppaloni in favore del nipote Jacopo Antonio della Marra, riservandosi l’usufrutto di stabili in Ceppaloni, Benevento, Salerno e Montearato.a) = ca. 1400 (era ancora bambina) Jacopo Antonio della Marra Signore di Serino (v.)b) = ante 1432 Francesco Orsini 1° Duca di Gravina (v.)
E2. Magalda (+ post 1420), Signora di Colle, Circello e Forcella per concessione del Re Ladislao I. = Jacopo della Leonessa Signore di Airola (+ post 1420). C2. (Parentela probabile) Riccardo (+ post 1352), Cavaliere del Duca di Calabria, Signore del ponte di Mignano e di Litto; nel 1312 cede la città di Mugnano al monastero di Montevergine.
D1. Purpurella= Roberto d’Alemagna Signore di Buccino (v.)
C3. (Parentela probabile) Tommaso, Dottore dal 1299, Maestro Razionale della Regia Corte, Governatore di Gaeta nel 1301, ebbe il castello di Letto con parte di quello di Mignano con Regio Decreto datato : Napoli 12-9-1299.
C4. (Parentela probabile) Roberto (+ post 1320), era detto Barone. Figlia di Roberto o Tommaso (?) : Maddalena, sposata a Riccardo Aldomorisco B2. Romualdo, Cavaliere, Protontino del Principato di Salerno nel 1316.

Personaggi illustri

I Cutillo, famiglia ora estinta in Ceppaloni, hanno dato Carlo, morto nel 1704, Abate di Montevergine; Francescantonio esperto giuesperito e avvocato del ‘700, pubblicò un Commentarium de ritu Vicariae (1645) e Brevi esortazioni da fare ai condannati a morte dalla Giustizia per farli morire alienati dalle cose del mondo (1649); Lorenzo, (1604-1654), monaco e teologo di Montevergine, autore di numerose opere dal 1643 al 1649.

Lonardo Piero (1873-1932). Professore di storia al Liceo “Giannone” di Benevento, è ricordato per Gli Ebrei a Benevento in documenti inediti (1899), Inventario dei Sacri arredi della Tesoreria Metropolitana nel 1411 (1900), Gli Statuti di Benevento sino alla fine del secolo XV (1902), La città di Benevento al tempo della congiura dei Baroni (1914-15) ed altre opere.

Polcari Innocenzo (1818-1908). Gesuita, rettore del Seminario diocesano, latinista insigne, ha lasciato In Beatam Virginem Mariam, 1905, Della vita del P. Antonio Capelloni, 1865, Universale eloquuentiae institutiones, 1858.

Mazzeo Mario (1889-1973). Ordinario della Cattedra di Igiene all’Università di Napoli e autore di numerosissime pubblicazione scientifiche. Ha lasciato anche La Terra di Ceppaloni e P. Innocenzo Polcari S.I. con una raccomandazione ai giovani del Paese a coltivare lo studio delle memorie patrie. Il figlio Francesco è stato egli pure cattedratico e Direttore della clinica di semeiotica chirurgica del II Policlinico di Napoli.

Testa Clorindo (1923). Architetto famoso, nato a Napoli, risiede in Argentina. Tra i maggiori architetti del mondo, pittore concettuale di grande fama, docente di architettura in Argentina. Ha realizzato la Biblioteca Nazionale e la Banca di Londra e America a Buenos Aires, il Centro Civico a Santa Rosa nella Provincia della Pampa. Come Pittore ha esposto in tutto il mondo e alla Biennale di Venezia. Nel 1997, nel corso di una mostra a Ceppaloni, dove ha esposto una serie di tele intitolata “La peste a Ceppaloni” ha ricevuto la cittadinanza onoraria. Ha poi redatto un progetto per un Centro Sociale a Beltiglio, da dove proveniva il padre Giovannandrea, cui sono stati intitolati i Giardini pubblici.

Statuto

STATUTO DELLA PRO LOCO DI CEPPALONI

Art.1 DENOMINAZIONE – SEDE

E’ costituita con atto pubblico l’Associazione Turistica Pro Loco di CEPPALONI  con sede legale in CEPPALONI, di seguito anche denominata Pro Loco.

L’associazione può modificare liberamente la suddetta sede,  secondo le esigenze operative ed organizzative.

Art.2 FINALITA’

La Pro Loco è un’associazione su base volontaria di natura privatistica senza scopo di lucro, ma con rilevanza pubblica e finalità di promozione sociale, turistica, di valorizzazione di realtà e di potenzialità  naturalistiche culturali storiche ed enogastronomiche del Comune di CEPPALONI.

ART.3 COMPITI E OBIETTIVI

La Pro Loco per il conseguimento delle finalità di cui all’art.2, autonomamente e/o in collaborazione con il Comune e   altre associazioni ed Enti pubblici e privati, si propone di:

A) Riunire tutti coloro ( Enti, Industriali, Esercenti privati) che hanno interesse allo sviluppo turistico della località;

B) Contribuire ad organizzare turisticamente la medesima studiandone il miglioramento edilizio e stradale, specie nelle zone suscettibili di essere frequentate da turisti, promuovendo l’abbellimento di piazze, strade, giardini, ecc. con piante e fiori;

C) Promuovere il miglioramento e lo sviluppo delle attrezzature ricettive  (Alberghi, pensioni, locande, affittacamere, bed & breakfast, pubblici esercizi);

D) Incoraggiare ed appoggiare il miglioramento dei pubblici servizi (Linee automobilistiche, servizi di N. U. , Innaffiamento strade, ecc.) al fine di facilitare il movimento turistico per rendere il soggiorno piacevole quanto più possibile ai forestieri;

E) Vigilare lo svolgimento dei servizi locali interessanti al turismo e alle relative tariffe proponendo le opportune modifiche alle competenti autorità o alle ditte esercenti i servizi medesime;

F) Promuovere, incoraggiare ed appoggiare festeggiamenti, gare sportive, fiere, convegni, spettacoli pubblici, gite ed escursioni per attirare i turisti nella località e dare svago e diletto a quanti vi soggiornano; gestire campi di gioco, promuovere e curare l’attività agonistica e sportiva della località;
G) tutelare e mettere in valore le bellezze naturali e artistiche e monumentali per farle meglio conoscerle e apprezzare;

H) collaborare con tutte le Associazioni Turistiche sia private che pubbliche  alla propaganda intesa a diffondere la conoscenza di Ceppaloni ed a favorire il concorso dei forestieri;

I) adempiere le funzioni demandate dagli Uffici Turistici Locali e Regionali; istituire uffici d’informazioni turistiche e svolgere attività e servizi di carattere turistico;

L) Organizzare e coordinare commemorazioni celebrative di personaggi illustri; organizzare, altresì concerti e mostre, nonché cicli di conferenze d’argomento turistico, artistico – culturale; formare una biblioteca;

M) Incrementare qualsiasi genere di studio sulla vita artistica e turistica della città di Ceppaloni e della regione Campania;

N) promuovere la cultura dell’accoglienza e dell’informazione dei turisti anche con l’apertura di appositi uffici;

O) organizzare iniziative utili allo sviluppo della conoscenza delle attrattive di CEPPALONI anche al di fuori del territorio comunale ed operare per la migliore gestione dei servizi di interesse turistico;

P) l’associazione Pro Loco, per tutta quanta la sua attività, non persegue alcun fine di lucro;

Art. 4 ATTIVITA’ DEI SOCI

L’attività dell’associazione è assicurata prevalentemente con prestazioni personali, volontarie e gratuite degli associati.

Art.5 SOCI – DIRITTI E DOVERI

I soci della Pro Loco si distinguono in:

a)soci Ordinari,

b)soci Sostenitori,

c)soci Onorari.

L’ammissione di un nuovo socio è decisa, senza obbligo di rendere nota la motivazione, dal Consiglio Direttivo della Pro Loco per richiesta scritta del candidato, entro trenta giorni dalla stessa, e dietro versamento della quota sociale.

Possono essere  soci Ordinari tutti i residenti nel Comune e tutti coloro che per motivazioni varie (in via esemplificativa villeggianti, ex residenti) possano essere interessati all’attività della Pro Loco.

Possono essere  soci Sostenitori coloro che, oltre alla quota ordinaria, erogano contribuzioni volontarie straordinarie.

Possono essere  soci Onorari le persone che sono riconosciute tali dal Consiglio Direttivo per meriti particolari acquisiti a favore o nella vita della Pro Loco; il riconoscimento è perpetuo, da diritto di assistere, senza diritto di voto, alle riunioni del Consiglio Direttivo e all’Assemblea dei Soci, comporta l’esonero dal pagamento della quota annuale.

Tutti i soci, purché maggiorenni al momento dell’Assemblea,  hanno diritto di:

a)voto per eleggere gli organi direttivi della Pro Loco, purché in regola con il versamento della quota sociale avvenuto almeno quindici giorni prima della data fissata per lo svolgimento dell’Assemblea;

b)essere eletti alle cariche direttive della Pro Loco;

c)voto per l’approvazione e le modifiche dello statuto e dei regolamenti della Pro Loco, purché in regola con il versamento della quota sociale avvenuto almeno quindici giorni prima della data fissata per lo svolgimento dell’Assemblea;

d)ricevere la tessera della Pro Loco;

e)frequentare i locali della sede sociale;

f)ricevere le pubblicazioni della Pro Loco;

g)ad ottenere tutte le facilitazioni che comportano la qualifica di socio di una Pro Loco U.N.P.L.I. in occasione delle attività promosse o/ed organizzate dalla Pro Loco stessa.

I soci hanno il dovere di:

a)rispettare lo statuto ed i regolamenti della Pro Loco;

b)versare nei termini, entro e non oltre il 30 giugno, la quota sociale;

c)non operare in concorrenza con l’attività della Pro Loco.

La qualifica di socio si perde per dimissioni, per mancato pagamento della quota associativa, per morte o per esclusione deliberata dal Consiglio Direttivo in caso di indegnità del socio a causa di attività pregiudizievole nei confronti della Pro Loco o incompatibile con le attività stesse.

Non esistono soci di diritto o membri di diritto del consiglio direttivo.

Art.6 ORGANI

Sono organi della Pro Loco:

a)L’Assemblea dei Soci;

b)Il Consiglio Direttivo;

c)Il Presidente;

d)Il Segretario;

e)Il Tesoriere;

f)Il Collegio dei Revisori dei Conti;

g)Il Presidente onorario.

Tutte le cariche sono gratuite.

Art. 7 L’ASSEMBLEA DEI SOCI

L’Assemblea:

a)rappresenta l’universalità dei soci e le sue decisioni, prese in conformità alla legge e al presente statuto, obbligano i soci;

b)ha il compito di dare le direttive per la realizzazione delle

proprie finalità;

c)è composta di tutti i soci, in regola con la quota sociale dell’anno in cui si svolge l’assemblea;

d)è ordinaria e straordinaria. Le assemblee sia ordinarie sia straordinarie sono presiedute dal Presidente della Pro Loco (o in sua assenza dal vice Presidente), assistito dal Segretario. In caso di assenza di entrambi, l’assemblea elegge tra i soci presenti il Presidente; allo stesso modo l’assemblea eleggerà un Segretario, in caso di assenza del Segretario della Pro Loco.

Ogni socio esprime un voto soltanto; è  consentita una delega ad un altro socio.

L’assemblea ordinaria:

a)è convocata almeno due volte l’anno per le decisioni di sua competenza, delibera sul conto consuntivo dell’anno precedente e sulla formazione del bilancio preventivo (l’esercizio sociale inizia il 1° gennaio e termina il 31 dicembre), sul programma di attività e sulle proposte del Consiglio Direttivo o dei soci;

b)deve essere convocata, entro il mese di novembre per l’approvazione del bilancio preventivo, entro il mese di aprile per l’approvazione del bilancio consuntivo;

c)deve essere convocata, per le elezioni delle cariche sociali, almeno dieci prima della scadenza del mandato;

d)è indetta con avviso (data, ora, luogo e ordine del giorno), portato a conoscenza dei soci, almeno dieci giorni prima della data fissata, consegnato  a mano o a mezzo posta o e-mail o affisso nella sede della Pro Loco, o all’Albo Pretorio del Comune; il Presidente ed il Consiglio Direttivo stabiliranno insieme le modalità di convocazione per ciascuna assemblea;

e)è valida, in prima convocazione, con la partecipazione di almeno la metà dei soci e delibera con voto favorevole della metà più uno dei voti espressi; è valida, in seconda convocazione, da indirsi qualunque sia il numero dei partecipanti e delibera con voto favorevole della metà più uno dei voti espressi. La convocazione, quando se ne ravvisi la necessità, può essere richiesta in maniera scritta dalla maggioranza dei membri del Consiglio Direttivo o da almeno un terzo dei soci.

L’assemblea è considerata straordinaria soltanto quando si riunisce per deliberare sulle modifiche dello Statuto sociale, sulla trasformazione  o sullo scioglimento dell’associazione ed è convocata   con avviso (data, ora, luogo e ordine del giorno), portato a conoscenza dei soci, almeno dieci giorni prima della data fissata, consegnato  a mano o a mezzo posta o e-mail o affisso nella sede della Pro Loco, o all’Albo Pretorio del Comune; il Presidente ed il Consiglio Direttivo stabiliranno insieme le modalità di convocazione per ciascuna assemblea. La richiesta di convocazione potrà provenire dal Presidente quando ne ravvisi la necessità, in seguito alla richiesta scritta dalla maggioranza dei membri del Consiglio Direttivo o di  almeno un terzo dei soci.

L’assemblea straordinaria è valida sia in prima che in seconda convocazione, con il voto favorevole della maggioranza dei partecipanti e la presenza di almeno i due terzi dei soci iscritti, salvo l’ipotesi di scioglimento nel qual caso è valida sia in prima sia in seconda convocazione, solo con il voto favorevole della maggioranza dei partecipanti e la presenza di almeno i quattro quinti dei soci iscritti.

Delle riunioni assembleari e relative delibere dovrà essere redatto apposito verbale firmato dal Presidente  e dal Segretario, consultabile da tutti i soci presso la sede sociale.

Art.8 IL CONSIGLIO DIRETTIVO

Il Consiglio Direttivo:

a)Il Consiglio Direttivo è formato da un numero di 9 (nove) membri eletti a votazione segreta dall’Assemblea. Ogni socio può esprimere da 3 a 9 preferenze su schede vidimate dai componenti del seggio. Tutti i soci, iscritti da quindici giorni, possono essere eletti; sono eletti coloro che hanno riportato il maggior numero dei voti, in caso di parità è eletto il più anziano di militanza;

possono essere invitati alle sedute del consiglio con parere consultivo il Sindaco del Comune o un suo delegato;

b)resta in carica quattro anni e tutti i membri sono rieleggibili;

c)si riunisce almeno sei volte l’anno e ogni qualvolta lo ritenga opportuno il Presidente o a seguito di richiesta scritta da almeno due terzi dei membri;

d)può decidere dei rimborsi delle spese sostenute e documentate, relativi alle attività statutarie;

e)è investito dei poteri per la gestione ordinaria della Pro Loco ed in particolare gli sono riconosciute tutte le facoltà per il raggiungimento delle finalità sociali che non siano dalla legge o dal presente statuto riservate, in modo tassativo, all’Assemblea;

f)stabilisce la quota sociale annuale da versare;

g)ha l’obbligo di conservare la documentazione dell’Associazione per tre anni;

h)predispone i regolamenti interni per l’organizzazione ed il funzionamento delle varie attività, ivi compresi quelli delle elezioni degli organi statutari.

Per la validità delle deliberazioni occorre la presenza effettiva della metà più uno dei membri del Consiglio Direttivo e il voto favorevole della maggioranza dei presenti; in caso di parità è decisivo il voto del Presidente.

Spetta al Consiglio Direttivo la gestione del patrimonio sociale, la formazione del bilancio di previsione con relativo programma di attuazione, la stesura del conto consuntivo e della relazione dell’attività svolta.

I consiglieri che risultano, senza giustificazione motivata, assenti per tre sedute consecutive, possono essere dichiarati decaduti con deliberazione del Consiglio Direttivo il quale provvede alla surroga dei medesimi.

In caso di vacanza, per qualsiasi motivo, i consiglieri mancanti saranno sostituiti con i soci che, secondo i risultati delle elezioni, seguono immediatamente i membri eletti. Se non vi sono più soci da utilizzare per la surroga potrà essere indetta una nuova assemblea elettiva per l’integrazione del Consiglio Direttivo, qualora ne sia compromessa la sua funzionalità. Solamente nel caso che la vacanza dei componenti del Consiglio Direttivo sia contemporanea e riguardi la metà più uno dei soci, l’intero Consiglio Direttivo sarà considerato decaduto ed il Presidente dovrà, entro un mese dal verificarsi della vacanza, indire l’assemblea elettiva per l’elezione di un nuovo Consiglio Direttivo.

Delle riunioni consiliari dovrà essere redatto apposito verbale, approvato di volta in volta dal Consiglio stesso e firmato dal Presidente e dal Segretario.

Art.9 IL PRESIDENTE e il VICE PRESIDENTE

Il Presidente e il vice Presidente della Pro Loco:

a)sono eletti dal Consiglio Direttivo, a votazione segreta, nella sua prima riunione convocata dal primo degli eletti entro 15 giorni dall’elezione;

b)Il Presidente dura in carica per lo stesso periodo di vigenza del Consiglio Direttivo. Può essere riconfermato. In caso di assenza o impedimento temporaneo sarà sostituito dal vice Presidente.

c)In caso di impedimento definitivo il Presidente sarà dichiarato decaduto dal Consiglio che provvederà all’elezione di un nuovo Presidente entro 15 giorni;

d)Il Presidente ha la responsabilità dell’amministrazione della Pro Loco, convoca e presiede il Consiglio Direttivo e l’Assemblea dei Soci;

e)Il Presidente è a tutti gli effetti il legale rappresentante della Pro Loco;

g) Il Presidente può, in caso di urgenza, deliberare su argomenti di competenza del Consiglio, salvo ratifica nella successiva riunione;

g)Il Presidente provvede a riscuotere i contributi concessi all’Associazione da qualsiasi ente pubblico o privato e da privati.

Art.10 IL SEGRETARIO

Il Segretario:

a)è nominato dal Presidente, da scegliersi fra i soci ordinari; 

b)assiste il Consiglio Direttivo e l’Assemblea, redige i verbali delle relative riunioni, cura la conservazione della documentazione riguardante la vita della Pro Loco, assicura l’esecuzione delle deliberazioni e provvede al normale funzionamento degli   uffici;

c)è responsabile, insieme al Presidente, della perfetta tenuta degli atti e di ogni altro documento sociale;

d)il suo mandato è limitato nel tempo a quello in cui dura in carica il Presidente che lo ha prescelto. Il Presidente può, in qualsiasi momento, provvedere a sostituirlo a suo insindacabile giudizio.

Art.11 IL SEGRETARIO E IL TESORIERE

Il Tesoriere:

a)è nominato dal Consiglio Direttivo tra i suoi componenti o tra i soci ordinari; 

b)Redige la stesura dei bilanci;

c)provvede ai pagamenti e alle riscossioni dovute;

d)con firma congiunta a quella del Presidente può prelevare somme dell’Associazione depositate preso istituti bancari;

e)deposita presso la sede sociale i documenti contabili relativi al bilancio consuntivo per almeno 15 giorni prima della riunione dell’Assemblea convocata per la relativa approvazione;

f) è responsabile, insieme al Presidente, degli atti contabili dell’Associazione e ha l’obbligo di rendere, in qualsiasi momento, il rendiconto al Presidente e/o al consiglio direttivo.

Art. 11 IL COLLEGIO DEI REVISORI DEI CONTI

Il Collegio dei Revisori dei Conti:

a)è composto di tre membri effettivi e da due supplenti;

b)è scelto fra i soci ed eletto dall’Assemblea con votazione a scrutinio segreto, separato da quella per le elezioni del Consiglio Direttivo;

c)dura in carica quattro anni e tutti i membri sono rieleggibili;

d)ha il compito di esaminare periodicamente ed occasionalmente la contabilità sociale, riferendone all’Assemblea, nonché di relazionare sul bilancio consuntivo;

e)può essere invitato alle riunioni del Consiglio Direttivo ed in tal caso può esprimere l’opinione sugli argomenti all’ordine del giorno, senza diritto di voto.

Saranno eletti i cinque soci che avranno ricevuto il maggior numero dei voti; i primi tre quali membri effettivi, gli altri due come supplenti.

Il Presidente del Collegio è di diritto quello che nelle elezioni ha riportato il maggiore numero di voti, in caso di parità il più anziano di età.

In caso di vacanza sarà nominato effettivo il membro supplente che ha riportato il maggior numero di voti nelle elezioni.

Nel caso che non sia possibile provvedere alle sostituzioni si dovranno tenere nuove elezioni per il rinnovo dell’intero Consiglio.

ART. 12 IL PRESIDENTE ONORARIO

Il Presidente onorario:

a)può essere nominato dall’Assemblea dei soci per eccezionali meriti acquisiti in attività a favore della Pro Loco;

b)possono essergli affidati dal Consiglio Direttivo incarichi di rappresentanza e di eventuali contatti con altri Enti.

ART. 13 PATRIMONIO

L’entrate economiche con le quali la Pro  Loco  provvede  alla 

propria attività sono: 

a)quote sociali;

b)le elargizioni di qualsiasi natura ed a qualunque titolo erogato da Enti Pubblici e Privati;

c)i proventi di gestione di attività e/o di iniziative permanenti od occasionali;

d)i contributi di privati cittadini;

e)eredità, donazioni e legati;

L’elenco dei beni mobili di proprietà della Pro Loco deve essere trascritto in apposito registro degli inventari.

Art. 14 SCIOGLIMENTO DELLA PRO LOCO

La Pro Loco:

a) può essere sciolta con apposita delibera dei soci in assemblea straordinaria;

Lo scioglimento della Pro Loco deve essere comunicato alla Regione Campania Assessorato al Turismo per il tramite dell’E.P.T. competente; all’UNPLI regionale e provinciale, al Comune di residenza, agli organi di polizia competenti.

In caso di vacanza amministrativa, l’amministrazione uscente risponde direttamente di eventuali pendenze contabili o amministrative; in caso di scioglimento della Pro Loco gli eventuali residui attivi devono essere devoluti ai fini di utilità sociale.

Art. 15 DISPOSIZIONI GENERALI

La Pro Loco:

a)aderisce facoltativamente all’U.N.P.L.I. (Unione Nazionale Pro Loco d’Italia) ed al Comitato Regionale delle Pro Loco della CAMPANIA nel rispetto dello statuto e delle normative U.N.P.L.I;

b)non può, in nessun caso, distribuire i proventi delle attività fra gli associati, anche in forme indirette, ma dovranno essere impiegati esclusivamente per la realizzazione delle attività istituzionali e di quelle direttamente connesse.

c)ha l’obbligo di reinvestire l’eventuale avanzo di gestione a favore di attività istituzionali statutariamente previste

d) ha l’obbligo di devoluzione del patrimonio, in caso di scioglimento, ad altra Associazione od Ente che operi a fini di utilità sociale.

e) La Pro Loco accetta  le verifiche e i controlli E.P.T. per quanto attiene il rispetto della normativa regionale.

Per tutto ciò che non è espressamente contemplato valgono le norme del codice civile.

Il presente statuto è stato approvato dall’assemblea straordinaria dei soci del 19/11/2006.

Cenni storici su Ceppaloni

L’abitato di Ceppaloni è situato su una collina a sinistra della valle del Sabato. Dista dal capoluogo di provincia (Benevento) 12 Km circa ed è situato su di una collina a mt. 321 sul livello del mare. Dal suo castello si domina tutta la valle del fiume Sabato, che nel passato fu teatro di grandi e violenti avvenimenti storici. La zona era abitata in tempi remoti come ci confermano gli scavi archeologici che hanno portato alla luce reperti di epoca sannitico-romana. Sembra, infatti, che nella località Barba esistesse una potente roccaforte sannita, tenuta dagli Irpini, in opposizione al “castrum”(campo militare fortificato) di Chianche eretto dai Romani che avevano occupate le terre sannite del Beneventano, ma non quelle dell’Irpinia Sull’origine del toponimo non vi è nulla di certo e dovendo scartare a priori l’ipotesi formulata da fra’ Arcangelo da Montesarchio che Ceppaloni fosse un’ara sacra a Cibele, restano le infinite varianti di Cippaluno, Cepalone, Ceppaludi, Ceppalonga, derivanti , forse , dalla presenza sul luogo di grosse ceppaie di castagno.
Nell’anno 847 , dopo la battaglia di Furculo (centro abitato posto nel territorio dell’attuale comune di Torrioni) che si concluse con la vittoria del salernitano Siconolfo sul beneventano Radelchi, tutte le terre comprese tra il Sabato e la montagna di Cancello e fino a Chianchetelle andarono a formare il gastaldato di Furculo, mentre quelle di Barba, Altavilla e Prata furono aggregate al gastaldato di Rota , entrambi gastaldati del territorio salernitano. Appena dopo la sistemazione dei confini tra le due parti, Salerno iniziò ad erigere, nel punto più alto di Chianchetelle, un castello con cinta turrita, dal quale si dominava la via Antiqua Majore e Benevento fu costretta a fare altrettanto, ed eresse un suo castello di fronte e in opposizione a quello salernitano, sul monte di Ceppaloni.
I due castelli avevano soprattutto una grossa importanza militare perché, controllavano sia la via Antiqua Majore che lo stretto di Barba, ritenuto dagli storici “ il passo più geloso del tempo”.
Ceppaloni nell’anno 876 viene nominato in un diploma con il quale si ricorda la donazione di Cepalone ai benedettini di Montecassino fatta dal gastaldo Vaccone, siamo quindi in epoca longobarda. Esso fino al 1100 appartenne ai monaci Benedettini di Montecassino.
Con l’arrivo dei Normanni di certo fu tolto ai benedettini e nel 1113 il castello era sotto la signoria del Barone Raone, che con Boffello concorse con buone truppe a demolire le arcature del fiume Sabato, nella lotta che infuriava tra Landolfo di Benevento e i Normanni. In questo medesimo anno (1113) successe a Raone Roberto di Amurri con il titolo di Conte.
Iniziava così la Contea di Ceppaloni. Intanto la lotta tra Landolfo di Benevento e Roberto di Capua infuriava e, non accennava a finire. Neppure il Papa Onorio II, che fu pontefice dal 1124 al 1130 riuscì a stabilire la pace tra i due. Allora i1 Papa, dispiaciuto per la disobbedienza e per i torti ricevuti, si ritirò nel castello di Ceppaloni dove si trattenne per diversi giorni in attesa di tempi migliori. Poi fece ritorno a Roma.
Ceppaloni, dopo la tregua tra Roberto di Capua e Landolfo di Benevento visse giorni tranquilli.
Ma nel 1133 le cose si aggravarono di nuovo quando Raone di Fragneto, signore di Ceppaloni e amico del Duca Rainolfo, tentò di depredare Benevento
I Beneventani non indugiarono a ricorrere a Ruggiero, potente re dei Normanni, il quale subito corse in loro aiuto dalla Sicilia e dopo aver preso e saccheggiato Montemarano, che si era ribellata al suo volere, dava tutto alle fiamme. Poi, accompagnato dai Beneventani, veniva su Ceppaloni e faceva sommaria giustizia di tutto e di tutti ordinando di espugnarne le sue torri e le sue fortezze che peraltro erano state già abbandonate da Raone di Fragneto il quale, senza darsi pena del popolo, aveva preso con se la moglie e si era ritirato nel castello di Tufo, sotto la protezione di Rainolfo e lì aveva trovato anche Arrigo, signore di Samo.
I Beneventani., dopo tre giorni di assedio, con il permesso del re Ruggiero, distrussero il castello di Ceppaloni dalle fondamenta, anche se, probabilmente, non deve parlarsi di un vero e proprio castello ma di un fortilizio, di un primo nucleo originario del castello attuale, coincidente con la zona della torre sita nell’angolo a nord-ovest. Ricostruito in seguito probabilmente dallo stesso Ruggero, nel 1229 l’esercitò papale lo incendiò durante le lotte tra Federico II e papa Gregorio IX..
Nel 1400 comincia per Ceppaloni, come per altri paesi del Beneventano e del meridione d’Italia, una vita nuova. I Baroni, dopo Federico II e con l’avvento di Carlo d’Angiò, crebbero di potere ed ecco che incominciarono ad infeudare tutto il meridione d’Italia, anche perché i Re Angioini ed Aragonesi, avendo bisogno di denaro, vendevano e cedevano Titoli, terre e castelli ai già potenti Baroni.
A Ceppaloni nel 1437 era Baronessa Italia Stellato(Scillato) che, sposando Giacomo Antonio della Morra, Barone di Serino, dà origine alla signoria di questo nome su Ceppaloni.
Sempre nel 1437 il re Alfonso D’Aragona ,portatosi a Ceppaloni per riposarsi nella sua guerra contro Renato d’Angiò ,accordò a Ilaria Scillato e Francesco Orsini, feudatari di Ceppaloni ,in segno di riconoscenza per l’ospitalità ricevuta, di tenere nel feudo un mercato una volta all’anno di domenica invece che di martedi , come prescitto fino ad allora da una concessione accordata dalla regina Giovanna II. Con l’avvento dei francescani questo mercato prese il nome di “Porziuncola”.
A Giacomo Antonio succedeva il figlio Matteo Antonio che sposava la nobile Caterina Dentice.
Nel 1461 era Barone di Ceppaloni un alto Giacomo Antonio della Morra, che sposò Biancamano Zurlo dei Conti di Nocera dei Pagani.
A costui successe Camillo della Morra che sposò Eleonora Bozzuto.
Gli successe Giacomo Antonio III della Morra, marito di Antonia Tomacello.
Quando Giacomo Antonio III morì gli successe il figlio Giovanni Vincenzo della Morra che, essendosi ribellato al Re di Napoli, fu privato del feudo di Ceppaloni venduto poi allo spagnolo Federico Davalos, primo marito di Feliciana Degregorio.
Cominciò così la signoria dei Davalos su Ceppaloni.
E’ bene notare che gli Spagnoli erano succeduti agli Aragonesi sul trono di Napoli e restarono tra noi per circa due secoli. La loro presenza impoverì assai la nostra gente.
A Federico Davalos successe nel 1541 Alfonso Davalos, sposo di Costanzaa Caracciolo d’Aragona.
Nel 1570 è Barone di Ceppaloni Roberto Davalos Il e con Roberto si estingue la signoria dei Davalos ed inizia quella dei Cosso che con Giacomo Cosso acquista il feudo di Ceppaloni per 25.000 ducati dai Davalos. Giacomo nel 1576 sposa Giacoma Mastrogiudice.
Nel 1588 gli succede Giovan Paolo Cosso che sposò Cornelia Pignatelli.
Nel 1597 troviamo un Pietro Cosso e nel 1623 una Camilla e Cornelia Cosso, figlie di Pietro. E con queste ultime si estingue anche la signoria dei Cosso a Ceppaloni.
Il castello di Ceppaloni nel 1627 si trovava nelle mani di Paolo Staibano, dottore in legge, e Mario Narmi, i quali, il 14 Luglio dello stesso anno, vendettero il feudo per 64.000 ducati a Fabio della Leonessa. Questi era Arcivescovo di Conza e Patriarca di Antiochia e aveva acquistato il feudo di Ceppaloni per conto di suo fratello.
Nel 1634 Fabio della Leonessa restaurò il castello che era ormai in pessime condizioni e lo ricostruì in parte. L’evento è attestato da una lapide in pietra che si trova nella parte occidentale del castello.
Nel 1636 a Fabio della Leonessa subentrava il fratello Francesco a cui succedeva Carlo della Leonessa nel 1641.
Nel 1688 è Barone di Ceppaloni Fabio Mario della Leonessa a cui, nel 1704, succedeva il fratello Vincenzo. Fu con Vincenzo che la famiglia della Leonessa, con decreto del Re del 1705, ottenne che Ceppaloni si chiamasse “Ceppaloni di Mirabella”, in quanto Mirabella era stato acquistato da Fabio Mario del 1691 per 87.000 ducati.
A Vincenzo, del 1714, succedeva il figlio Fabio II.
Nel 1730 è Barone di Ceppaloni di Mirabella Giuseppe della Leonessa e nel 1797 Giuseppe Maria della Leonessa.
Per mancanza di eredi di Giuseppe Maria, la Signoria di quest’illustre famiglia che tenne Ceppaloni per circa 170 anni si estinse e il feudo di Ceppaloni passò alla Regia Corte che vendette il tutto al Duca di Gravina di Puglie Filippo Bernardo Orsino.
Nel 1834 avendo il Principe Giovanni Pignatelli sposato il 31 Maggio Carolina Ruffo della Leonessa, i Pignatelli aggiunsero al loro anche il cognome “della Leonessa” e si chiamarono “Pignatell’. della Leonessa” e furono Signori in Ceppaloni perché ormai con l’abolizione della feudalità del 1806 da parte di Giuseppe Napoleone, il feudo era finito da un pezzo, restava soltanto il castello a testimoniare le lotte e le glorie del passato.
Quando i Pignatelli lasciarono il castello esso fu abitato da decine di famiglie.
Ceppaloni da 1005 abitanti nel 1532, scese a 665 durante la peste del 1655, per risalire a 5119 abitanti nel 1932.
Riportiamo due episodi di brigantaggio avvenuti nel territorio di Ceppaloni
A Chianche (oggi Beltiglio, frazione di Ceppaloni), la mattina dell’otto agosto 1863, nella chiesa del SS. Rosario, come di consuetudine, il parroco don Antonio Mele, aiutato dal suo sacrestano, mentre indossava i sacri arredi per dire messa, si presentarono in sacrestia, tre uomini armati e mascherati i quali, con la minaccia delle armi li immobilizzarono e li portarono via. Si saprà poi che i malviventi erano tre briganti del luogo; Pietro Catalano capo brigante, Nicola Mignone e Pietro Mignone. I due furono portati sulle montagne di Cervinara. Qualche ora dopo, il sacrestano fu rilasciato con un biglietto diretto ai familiari del religioso. In esso vi era la richiesta di riscatto di 1.000 ducati . Da un documento dell’archivio De Agostini, si parla di una richiesta di 20.000 ducati, cifra enorme per quei tempi, nemmeno i più facoltosi potevano metterla insieme in pochi giorni, poi si arriva a 12.000 ducati. Infine, si seppe che la famiglia pagò in più tranche; un primo acconto di ducati 900 e un secondo di ducati 300. Dopo un mese e due giorni don Antonio è rilasciato dietro il pagamento d’altri 2.000 ducati. Una bella cifra che non tutti potevano avere. In questo caso, don Antonio Mele, che di politica non s’interessava minimamente, fu sequestrato solo in nome dei suoi soldi e non di Francesco II. I briganti locali, erano solo piccoli malfattori, ladri per necessità, briganti per fame
L’altro caso riguarda Parente Saveria di Antonio, nata il 3 luglio 1814 da Antonio e Rosa Mernone e domiciliata in S. Giovanni di Ceppaloni, di anni 52 e mamma di sette figli. Il 6 ottobre 1863 aveva bussato alla porta di casa, un frate incappucciato. Era Carmine Porcaro suo compaesano, notoriamente appartenente alla banda Caruso; sotto questo travestimento cercava di sottrarsi all’inseguimento delle Guardie Nazionali. – In nome del buon vicinato, in quanto la madre abitava lì nella casa attaccata alla sua , ed in pena per lui, chiese ospitalità. Parente Saveria non lo mandò via. Il giorno dopo gran perquisizione sistematica in tutte le case; quella della Parente fu circondata e trovarono nella stalla una sella e una giumenta. che non appartenevano alla proprietaria. Porcaro Carmine , vistosi scoperto, incominciò a sparare all’impazzata, fortunatamente senza colpire nessuno; desistette solo quando la vecchia madre al di sotto gli gridò di smetterla. Sette anni di reclusione furono dati a Parente Saveria, il 13 giugno 1864 mentre Carmine Porcaro fu condannato a morte mediante fucilazione alla schiena il 10 ottobre 1863.

La Taverna di Rotola

La citata “via antiqua maiore” doveva indubbiamente passare di qua del Sabato.
Dovrebbe coincidere, grosso modo, con la ultimata Benevento-Stretto di Barba. La Taverna di Rotola, pregevole costruzione le cui prime notizie risalgono al 1600, era un posto di ristoro ci notevoli proporzioni lungo questa strada: la sua possanza mal si attaglierebbe alla mulattiera che gli ultimi tempi ci hanno fatto conoscere.
Le corpose attenzioni che i Signori di Ceppaloni hanno sempre riservato alla zona della Taverna testimoniano ampiamente di un’importanza architettonica e strategica certamente legata ad una via di transito da ritenere fondamentale per l’ accesso nella Valle del Sabato ed a Benevento.La denominazione di < Rotole> alla zona più bassa del fianco della collina su cui sorsero i casali dell’attuale Beltiglio sta a ricordare l’ attività offensiva e difensiva di chi, dall’alto, rispetto a chi agiva nella valle, lanciava sassi a mezzo di catapulte e di frombole.