Il dragone infernale

La storia si origina con la vendetta che Pruta, capo degli inferi, scacciato dal Paradiso, intende portare nei confronti del re cristiano.
La chiave di lettura dell’intera vicenda è l’aldilà che si confronta ai massimi livelli, in uno scontro eterno e sempre attuale tra il bene ed il male e che trova la sua soluzione nel personaggio di S. Martino. Ma il trionfo del bene sul male nel finale non è un miracolo, perchè la mascherata umanizza il divino ed esalta l’uomo semplice ed onesto
Negli ultimi anni è stata rappresentata due volte, nel 1994 e nel 2000, nella magica cornice del castello medioevale di Ceppaloni, che ha contribuito a rendere ancora più suffestiva ed efficace la scenografia .Una notevole mole di lavoro per questa rappresentazione, soprattutto per la costruzione del dragone, lungo circa 8 metri e per il coivolgimento di oltre cinquanta interpreti.

La Bella Lesina

La Storia

a mascherata “La Bella Lesina” può considerarsi appartenente al genere delle “Zingaresche”, rappresentazioni carnevalesche incentrate sul personaggio della zingara che predice il futuro e fa la questua; genere di spettacolo che fiorì nel XV secolo, soprattutto a Roma.
Inizialmente le zingaresche erano una sorta di spettacolino animato da canti, successivamente intere compagnie teatrali si specializzarono per intrattenere il pubblico con spettacoli più elaborati.
Le zingaresche oggi sopravvivono soltanto in alcune località, come in provincia di Lucca, ed alcune di esse sono presenti anche nella nostra cultura carnevalesca come “La Bella Lesina”. Questa rappresentazione è basata sul dramma sentimentale di un cavaliere che è innamorato perdutamente della bella Lesina, ma non è corrisposto perchè quest’ultima ha donato il suo cuore ad un forte e valoroso guerriero.
Il cavaliere , allora, non esita a dannarsi , promettendo la sua anima al diavolo, pur di conquistare la bella Lesina. I diavoli, per procacciarsi l’anima promessa, rapiscono Lesina, ma , alla fine, grazie ad un intervento divino, quest’ultima sarà liberata e si sposerà con il guerriero mentre il cavaliere sarà portato nelle fiamme dell’inferno a sprofondare.
Quindi, nel pieno rispetto delle mascherate, il bene trionfa sul male ed i cattivi vengono severamente puniti.
E’ stata rappresentata negli anni 1999-2003-2004

L’Inganno di Rosina

La Storia
La mascherata “ L’INGANNO DI ROSINA” è certamente tra le più antiche della zona ed era andata completamente perduta ; soltanto nel 1995 , è stata recuperata a Petruro Irpino e poi rappresentata, due anni dopo, nel 1997, a Ceppaloni, dopo oltre 40 anni.
La storia è basata sull’inganno organizzato dalle potenze infernali nei con fronti di una giovane, Rosina, allo scopo di guadagnarsi qualche anima da far precipitare negli inferi. Alla fine , però , l’intervento divino sconfiggerà il male e i demoni saranno costretti ad allontanarsi definitivamente.
L’ultima rappresentazione risale al 2002.

La Pro Loco intitolata al fondatore Giuseppe Di Donato

L’associazione cambia nome in onore del suo storico presidente e fondatore

Pino Di Donato

La Pro Loco di Ceppaloni cambia nome e si lega giustamente al proprio passato. L’associazione è stata intitolata all’ingegnere Giuseppe Di Donato con un’assemblea straordinaria andata in scena domenica 21 maggio. La proposta fatta dall’associazione presieduta da Nino Barone, è stata votata all’unanimità dai soci presenti. Intitolare la Pro Loco all’Ingegnere Di Donato era un atto dovuto, un cambiamento fortemente voluto anche dai predecessori di Barone.

 

Il compianto Giuseppe Di Donato è stato il fondatore e lo storico presidente della Pro Loco di Ceppaloni che ha sempre sostenuto con le sue idee, l’amore per le tradizioni e per il suo borgo, dando una grossa mano anche a chi ha occupato la poltrona di presidente negli anni successivi.

Grazie al lavoro di Di Donato, scomparso nel 2014, Ceppaloni può vantare una delle sagre più importanti del panorama sannita e il recupero di una tradizione antica come quella dell’arte scenica della mascherata.

I Due Maghi

La mascherata si basa sulla vendetta che la principessa pagana dama Rovenza intende portare nei confronti di Carlo Magno e dei Paladini di Francia per l’uccisione di suo fratello Oldauro per mano di Orlando. Di conseguenza ne verrà fuori uno scontro tra le due fedi, cristiana e pagana, che vedrà impegnati due eserciti e due abissi infernali, capitanati, questi ultimi, da mago Malagio e mago Tuttofuoco. I due maghi si affronteranno in un epico duello che si concluderà con la morte del mago Tuttofuoco per opera di un fulmine inviato dalle celesti volte per salvare il mago cristiano(Malagigio). Alla fine lo scontro tra i due eserciti terminerà con la vittoria dei cristiani sui pagani e, quindi, con il trionfo del bene sul male, caratteristica questa comune a tutte le mascherate.
Questa mascherata, ritenuta da molti superiore a tutte le altre per impegno, per numero di personaggi e per i costi, fu rappresentata, a detto degli anziani, due volte, nel 1944 e nel 1945. Successivamente il testo, analogamente ad altri testi di mascherate, andò irrimediabilmente perduto.
Un appassionato locale, Giuseppe Di Donato, si impegnò per due anni( dal 1994 al 1996)) ad intervistare gli anziani di Ceppaloni e dei paesi limitrofi che avevano interpretato questa mascherata nel passato, riuscendo a ricostruirne il testo e così, finalmente, nel 1996, fu possibile mettere di nuovo in scena questa straordinaria opera della cultura popolare. A dar vita a questa manifestazione vi furono oltre 80 interpreti e fu allestito un castello di 16 m di lunghezza, oltre a varie macchine belliche(catapulta, ariete…. ).

Palazzo Foglie

L’immobile settecentesco ha uno schema planimetrico a corte. L’edificio è costituito da due corpi di fabbrica. Il primo corpo si sviluppa per due piani fuori terra. Prospetta su Piazza dei Martiri e su Via Foglia. Il secondo corpo di fabbrica si apre verso l’interno ed in origine era adibito a locale di servizio, vale a dire ricovero degli animali. La struttura dell’edificio è in muratura di tufo. La copertura è a tetto a due falde per il corpo principale ed a falda unica per il corpo secondario. La corte interna, delimitata da un lato da un bellissimo porticato con archi a tutto sesto, presenta al centro un pozzo.

Il Castello di Ceppaloni

Castello Ceppaloni

Imponente e massiccia appare la mole del castello che è arroccato su un grosso masso roccioso che domina l’abitato di Ceppaloni, piccolo centro a pochi chilometri da Benevento.
L’origine del manufatto è controversa, nebulosa. La bibliografia è scarsa, per non dire inesistente. Si avanzano ipotesi di insediamento iniziale longobardo o forse più probabilmente, normanno.
Attraverso rifacimenti e modificazioni il castello ha perso la sua funzione iniziale di fortezza per diventare, prima residenza padronale e, poi ai giorni nostri, abitazione multipla di proprietà di alcuni nuclei familiari della zona.
Il monumento ha un insolito andamento planimetrico, irregolare, assimilabile ad un triangolo che genera, quindi, all’interno una corte approssimativamente triangolare. Purtroppo è stato snaturato da interventi non coordinati, arbitrari, apportati dai proprietari. In alcuni casi si è ricorso addirittura all’alluminio anodizzato per gli infissi che affacciano sulla corte.
Nella corte si riscontrano alcuni elementi di un certo interesse: nello spigolo a nord – ovest un arco da isolare e da restaurare, un grosso scalone di pietra nell’ala opposta, un pozzo di discreta fattura incassato nella faccia interna dell’ala sud. Gli ingressi alla corte sono due: uno sull’ala sud e un altro sull’ala nord – ovest.

L’ingresso dell’ala sud è stato deturpato da un intervento recente costituito da un solaio a putrelle che ha tagliato l’arco sovrastante, mentre l’altro accesso alla corte, attualmente ha il portale tompagnato e una rampa in forte pendenza che conduce al livello della corte.
Il castello si articola su due livelli continui e un livello parziale inferiore.
In corrispondenza dello spigolo di nord – ovest è inserita l’unica torre del castello: una torre ovoidale semi – incapsulata nella muratura. Essa presenta evidenti tracce di dissesti nella muratura e imponente inerbamento, che ha dato luogo a fenomeni espulsivi di elementi litoidi. Questo inerbamento è presente su tutte le facciate del castello in forma macroscopica.
Il castello si presentava in pessimo stato conservativo, imputabile ai soliti fattori ricorrenti in quasi tutti i monumenti della Campania in altre parole: vetustà, assalto degli agenti atmosferici sulle superfici litoidi, lignee e sulle superfici murarie poco protette, se non addirittura protette per nulla, infine l’assenza di manutenzione. Qualche di manutenzione è stato apportato direttamente dagli abitanti però si è rilevato un rimedio peggiore del male. Ultimo in ordine di tempo ma non per importanza è stato l’insulto sismico dell’’80
La copertura, che in alcune parti dell’edificio è bifalde ed in altre è monofalde, nell’ala nord era quasi completamente distrutta: tutta la struttura lignea primaria e secondaria si presentava fatiscente se non addirittura scomparsa, solo i coppi di laterizio del manto erano in parte recuperabili.
Sempre nella zona del vertice di nord – ovest ci si trovava di fronte a notevoli fenomeni di scollocamento, tra il parametro esterno e il resto della struttura muraria.
L’evento si è verificato in occasione del terremoto del 1980 costringendo gli abitanti (anche la torre era abitata) allo sgombero della torre. Il resto del castello invece attualmente è (come già detto) tutto abitato nonostante le condizioni statiche e conservative siano precarie.
Su un ampio tratto della facciata sud si riscontra una grande eterogeneità del parametro murario dovuto ai successivi e parziali rifacimenti. Nella parte inferiore, infatti, si nota muratura di pietrame, nella parte mediana e nella parte sommitale muratura di mattoni. Anche qui ci sono fenomeni di inurbamento ma non imponenti.
Nella zona centrale, al di sopra dell’ingresso si intravedono gli elementi di un loggiato tompagnato che nei successivi interventi potrà essere recuperato.
Stabilire la data di edificazione del castello è, certamente, compito alquanto arduo;tuttavia da alcuni studi effettuati come quello di Mario Coletta :“Il sannio beneventano” è possibile far risalire la prima edificazione ad epoca longobarda. Il primo riferimento preciso del Castello si ha nell’anno 1120 quando il notaio Alessio nel mese di aprile redige un atto di compravendita. L’atto, che riguarda Ceppaloni e San Leucio del Sannio, recitò testualmente:
“Bernardo figlio del fu Rodolfo di Frainetta vende a Domenico Furto, suo cognato una terra con vigna sita in una collina vicino alla chiesa di San Leucio, luogo detto Corpino, per sedici ………di monete di Ottone”. Altra data significativa nella storia del Castello è il 1129 quando scrive Falcone Beneventano: ”In questo anno suddetto il papa Onorio venne a Benevento ………appresso andò il papa al castello di Ceppaloni…”.
Tale scritto è relativo alla visita del Papa Onorio II al castello di Ceppaloni.
Nel 1133 Raone di Fragneto, signore di Ceppaloni, tentò di depredare Benevento. I Beneventani non indugiarono a ricorrere a Ruggiero, re dei
Normanni,il quale venne a Ceppaloni e fece sommaria giustizia di tutto ordinò di espugnare le sue terri. I Beneventani dopo tre giorni di assedio, con il permesso del Re Ruggiero distrussero il Castello dalle fondamenta. Nel 1229 Ceppaloni subì, sempre per opera dei beneventani, un vasto incendio.Nel 1437 il castello passò ai Della Marra. La signoria Della Marra terminò con Vincenzo che essendosi ribellato al Re di Napoli fu privato del feudo che venne venduto alla famiglia Davaloz la quale terminò nel 1570. Successivamente vi fu la signoria dei Cosso che si estinse nel 1627. In tale anno il castello (feudo) divenne proprietà del dottore in legge Paolo Staibano il quale per 64.000 ducati lo vendetta a Fabio Maria della Leonessa Partiarca di Antiochia e arcivescovo di Conva. Fu proprio Fabio Maria della Leonessa che nel 1634 fece ricostruire il castello che versava in pessime condizioni.

Chiesa della SS. ma

Ai margini del borgo, inserita in un paesaggio naturale di gran suggestione e bellezza quasi selvaggia, sorge la Chiesa della Santissima Annunziata di Ceppaloni.
Secondo Pietro Rossi la Chiesa “fu edificata dal Comune (cioè dal Popolo) nel 1567”, e la stessa data è indicata da Cherubino Martini.
Occorre tuttavia rilevare che gli inventari orsiniani assegnano la fondazione al 1507, mentre un documento nel regesto delle pergamene dell’abbazia di Montevergine riporta la SS. ma Annunziata il 9 gennaio del 1453. Chiesa della SS. Annunziata CeppaloniSi può allora ipotizzare la presenza, probabilmente nello stesso sito, di una costruzione più antica, che è stata successivamente riedificata o ristrutturata. I primi religiosi insediati nell’annesso convento sono i padri osservanti, sorti in seno all’ordine francescano nel XV secolo, per riproporre la fedeltà assoluta alla regola del Santo fondatore.
Successivamente, ma s’ignora con precisione quando, subentrano i servi di Maria, documentati fino al 1650, ai quali si deve il nuovo titolo della Chiesa: Santa Maria dei Martiri. Segue, nella seconda metà del XVII secolo, un periodo di decadenza, comune a tante istituzioni religiose, come conseguenza dell’apocalittica terrificante pestilenza del 1656 che ebbe a desolare il Regno di Napoli.
La Chiesa viene abbandonata ed è incerto se il convento diventa un rifugio di ladri o piuttosto una comoda fruizione del diritto di asilo. La carenza di documenti non permette di stabilire la realtà storica.
Un avvio di ripresa si ha con la venuta dalla Versilia di giovani aspiranti alla vita religiosa. Per Ceppaloni c’è una testimonianza di questa presenza con il servo di Dio Fra Clemente da Terrinca. Ma ad aggravare il quadro giunge con inaudita violenza il terremoto del cinque giugno 1688.
L’arcivescovo del tempo, il cardinale Vincenzo Maria Orsini,
nell’attuare, con pastorale e autentica paterna sollecitudine, la ricostruzione nell’ambito della sua Chiesa, stabilisce un primo importante contatto con i fedeli, attraverso il mezzo della missione.
Come documentato da Giovanni Giordano, il due maggio 1691 arrivano a Ceppaloni i “Padri missionari Preti della Congregazione de propaganda fide”, diretti da Don Antonio Lucina.
Riparati la Chiesa e il convento, Orsini li affida, in una Pubblica cerimonia che si svolge il tre gennaio 1706, ai Padri Francescani riformati.
Osserva in proposito Martini che il cardinale <
Dopo la soppressione dei “Conventini” ordinata da Innocenzo X con la bolla “Instaurandae” del 15 ottobre 1956, l’arcivescovo Orsini con decreto del 17 luglio 1708 assegna la chiesa e il convento alla confraternita di S. Antonio da Padova. La documentazione storica per l’età orsiniana è arricchita dalle epigrafi marmoree in latino, murate sulle pareti della chiesa che trovano un preciso e puntuale riscontro nel “Synodicon Dioecesanum S. Beneventanae Ecclesiae”, epigrafi orsiniane sulle quali s’è fatta spesso una “facile” ironia ma che oggi sono diventate, per le perdite archivistiche, fonti uniche di informazioni in tanti casi. Così, dall’epigrafe posta sulla contrafacciata, a destra di chi entra, apprendiamo che la chiesa, con il suo altare maggiore in onore di Dio e della Vergine Maria Annunziata, è consacrata da Orsini il 1 novembre 1716; mentre i due altari minori sono consacrati due giorni dopo, il 3 novembre. Dal “Synodicon “ risulta che detti altari sono: uno, in onore di Cristo, S. Maria degli Angeli, S. Nicola, S. Liborio, S. Francesco di Assisi; l’altro, in onore di Cristo e S. Antonio di Padova. Segue, in ordine cronologico, l’epigrafe murata oggi sulla controfacciata, a sinistra di chi entra, ma in realtà relativa all’oratorio annesso alla chiesa. Secondo il testo dell’iscrizione l’altare in onore di Cristo, della Vergine e di S. Antonio di Padova viene consacrato da Orsini il 9 settembre 1722.
Come emerge dall’epigrafe murata sulla parete della navata destra, della Vergine e di S. Pasquale Baylon, di diritto di patronato della famiglia Troysi.
L’ultima epigrafe, murata sulla parete della navata sinistra, informa che l’altare minore il 23 gennaio del 1727 viene dedicato a Dio in onore della Vergine e di S. Bernardino XIII, da Siena da mons. Giovanni Ghirardi, vescovo di Montemarano, su mandato di Benedetto XIII, papa Orsini, arcivescovo ancora di Benevento.
Accanto ai frati Francescani, come è ovvio in una chiesa dell’ordine, vale la pena rilevare dalle dediche la presenza di S. Liborio, legata forse a fatto devozionale particolare del committente del dipinto che ornava l’altare.
Il 6 marzo 1780 la confraternita di S. Antonio di Padova ottiene il regio assenso ed è giuridicamente riconosciuta con decreto del 26 luglio dello stesso anno.
Circa la presenza dei religiosi nel convento dalle ricerche condotte da Porcaro nel “ Liber status animarum” (oppure “Liber Baptizatorum”) dell’archivio parrocchiale risulta che, nel 1738, questi sono 15, e nel 1785 sono 11 sacerdoti e quattro fratelli laici.
Agli inizi del XIX secolo, precisamente nel 1802, sono presenti 20 religiosi tra sacerdoti, terziari e fratelli laici.
Le vicende risorgimentali con il loro esasperato anticlericalismo incidono ovviamente sullo stato e la destinazione di questi luoghi sacri.
Nel 864, in seguito alla soppressione degli ordini religiosi, la chiesa e il convento della SS. Annunziata diventano proprietà della confraternita di S. Antonio.
Ma la vicenda dei Francescani a Ceppaloni si chiude definitivamente nel 1902, quando il vicario generale, padre Davide Fleming, nel capitolo celebrato nell’agosto di quell’anno dispone l’abbandono del convento, per l’impossibilità a costituirvi una comunità regolare.
Scrive Rossi nel 1922: << attaccato alla Chiesa è l’ex Convento, adibito ora ad alloggio del Cappellano, a Caserma dei RR. Carabinieri, ad Asilo Infantile ed (abitazione) annessa per le suore>>.
Successivamente il convento diviene sede dell’amministrazione comunale, situazione questa tuttora perdurante.
Nelle Chiesa, invece, il 24 febbraio 1926, con decreto della Curia Metropolitana di Benevento, in seguito a domanda dell’arciprete Pietro Rossi, è trasferita la sede della parrocchia sotto il titolo di S. Nicola di Bari.
Nella seconda metà degli anni ’30 la Chiesa subisce un lento progressivo degrado, come si ricava dal seguente passo di Rossi relativo agli altari minori, che fornisce una serie preziosa di informazioni sui titoli, sui titoli sui proprietari e sullo stato degli altri altari stessi: << Oltre l’alate maggiore, vi sono sette altari; 1° l’altare della SS. Annunziata, tutto in fabbrica compresa la mensa, con statua tarlata, della famiglia Sellitti, abbandonato, no vi si praticano funzioni. V’è giudizio con il Sellitti per la manutenzione. 2° altare di S. Francesco in marmo, con statua tarla- della famiglia Sellitti, abbandonato. 3° altare di S. Pasquale Baylon- in muratura, la mensa di pietra comune- abbandonato, il proprietario è povero. 4° altare di S. Anna- tutto in muratura, compresa la mensa, della famiglia Iannotti-… – abbandonato – non vi si praticano finzioni. 5° altare di S. Nicola – tutto in marmo- statua restaurata nel 1934 dall’attuale Arciprete – l’altare un tempo era del principe Monteroduni – ha ll.36 annue di rendita per la manutenzione. 6° altare di S. Giustino martire – tutto di legno- mobile- con statua vestita- della famiglia Iannotti – abbandonato – non vi si praticano funzioni. 7° altare dell’immacolata – tutto caduto – la statua deperita – tutta tarlata>>.
Gli anni che stiamo vivendo sono caratterizzati da un programma intenso di riprese i di interventi restaurativi che hanno cercato, per quanto possibile, di ripristinare l’antico decoro della chiesa e del convento.
Ma qui il discorso storico si arresta per lasciare il posto a cronaca che è del nostro presente.

Parente Saveria mamma di sette figli

…………….. Compare in giudizio Parente Saveria di Antonio, nata il 3 luglio 1814 da Antonio e Rosa Mernone e domiciliata in S. Giovanni di Ceppaloni (Benevento), di anni 52 e mamma di sette figli. Il 6 ottobre 1863 aveva bussato alla porta di casa, un frate incappucciato. Era Carmine Porcaro suo compaesano, notoriamente appartenente alla banda Caruso; sotto questo travestimento cercava di sottrarsi all’inseguimento delle Guardie Nazionali. – In nome del buon vicinato, c’è mia madre lì nella casa attaccata alla tua in pena per me, non mi mandare via. Parente Saveria non lo manda via. Il giorno dopo gran perquisizione e sistematica in tutte le case, quella della Parente è circondata; trovano nella stalla una sella e una giumenta. Non le appartengono; Porcaro Carmine dov’è? – Sotto la minaccia della fucilazione – è al piano di sopra -.
Il frate incomincia a sparare all’impazzata, fortunatamente senza colpire nessuno; desiste solo quando la vecchia madre al di sotto gli grida di smetterla. Sette anni di reclusione a Parente Saveria, il 13 giugno 1864. Signor Presidente, chi baderà ai miei figli? Non mi rassegno, voglio ricorrere per loro. – A norma di legge lo potete fare presso la Corte di Cassazione. – Non ho i soldi per l’Avvocato. – Ricorrete alla Corte d’Appello di Torino, ove siede il Tribunale Supremo di Guerra, presso cui potete avvalervi del patrocinio gratuito dell’Avvocato dei poveri. Signor Presidente non so scrivere, come faccio il ricorso? – Vi manderò l’Avvocato fiscale militare Lazzarino nel carcere di Via Vallottoni ove siete detenuta. Scriverà egli per voi e metterete un segno di croce. Questo in tre giorni, altrimenti scadranno i termini utili per la presentazione. L’Avvocato fiscale andò, Parente Saveria firmò. Risultato: conferma alla stessa pena in data 18 agosto 1864 ………….. Quanto a Carmine Porcaro, egli fu condannato a morte mediante fucilazione alla schiena il 10 ottobre 1863.

Storie di donne

UNA STORIA VERA DI SACRIFICIO E DI CORAGGIO


Assunta Ponsillo

Un caldo pomeriggio di marzo: la signora Assunta Ponsillo ha accettato di raccontarci la sua storia, una storia in cui gli eventi personali si intrecciano con episodi di guerra con il dolore e il sacrificio di tutto un popolo. La troviamo ad attenderci nel soggiorno della sua bella casa. Nonostante gli ottantuno anni, si presenta ancora bella nell’aspetto, fiera nel portamento, le labbra ben truccate schiuse al sorriso in un volto che comunica forza e cordialità. Ci Invita a sederci è contenta di poter raccontare a qualcuno che non siano i soliti familiari quel pezzo di vita di cui ricorda ogni particolare Appare visibilmente emozionata ma comincia subito. La mia storia si può dire iniziata il 26 Febbraio 1939, giorno in cui mi sono sposata. Fino ad allora nella mia vita di ragazza di campagna, non ci sono stati momenti di rilievo. Ultima di undici figli, non ero certo circondata dagli agi e dalle attenzioni in cui vivono i ragazzi di oggi. I nostri genitori dovevano fare ì salti mortali per tirarci su, ognuno di noi appena grandicello, doveva dare il proprio contributo di lavoro in casa, eravamo però molto uniti.
Ho frequentato la scuola Fino alla terza elementare, poi, nonostante fossi molto brava,mia madre non ha voluto che continuassi perché la quarta sarebbe stata una classe mista e, a quel tempi c’erano molti pregiudizi, si cercava di evitare il più possibile che le figlie femmine stessero a contatto con i coetanei dell’altro sesso, rischiando di acquistare cattiva fama in paese e di non trovare manto. li mio sogno era quello di diventare sarta, ma anche qui ho incontrato l’opposizione della famiglia: il motivo era sempre lo stesso, dovevo stare a casa. Non mi sono data per vinta, ho continuato ad insistere finché ho ottenuto di frequentare come apprendista, ma solo per un mese, urla sarta nota per la sua bravura, donna Gilda, dalla quale ho imparato discretamente l’arte del cucito che subito ho iniziato a praticare. Qualche tempo dopo ho conosciuto Ferdinando Sgueglia , un giovanotto reduce dalla guerra del 1935 nell’Africa Orientale. Dopo un breve corteggiamento Ferdinando mi ha chiesto di sposarlo e di andare a vivere con lui in Etiopia dove, finita la guerra, aveva aperto un salone da barbiere. Erano molti infatti gli italiani che, dopo la conquista da parte di Mussolini, avevano scelto dì vivere in Africa e che cercavano di raggiungere quella terra nella speranza di mettere fine alla propria miseria. Dunque,un po’ perché Ferdinando mi piaceva, un po’ perché presa anch’io dal miraggio di una vita che mi appariva piena di attrattive, ho accettato e il 26 Febbraio del 1939, nella cattedrale di Caiazzo, mi sono sposata Un mese dopo, mio marito è ripartito con l’intenzione di preparare al più presto documenti necessari alla mia partenza. L’atto di richiamo è arrivato alla fine dell’estate già mi preparavo a partire quando è scoppiata la guerra Germania ‑ Inghilterra e tutte le partenze sono state bloccate. Inutilmente mi sono fatta accompagnare più volte al porto pe: la prenotazione: le navi non partivano. Finalmente nel settembre del 1939 sono riuscita a trovare posto su una nave clandestina e qualche giorno prima della festa di Piedigrotta, mi sono imbarcata a Napoli con la nave “ARNO”. Genitori e familiari tutti mi avevano scongiurato di non avventurarmi in ul simile viaggio ma io, ferma nel proposito di raggiungere mio marito, al momento de distacco non ho versato neppure una lacrima. Il viaggio è durato nove lunghissimi giorni, durante i quali spesso mi . assaliva la nostalgia dei miei cari, del mio paese e, a tratti, la paura dell’ignoto che mi aspettava, ma la fiducia di raggiungere la meta non mi è venuta mai meno. Nei pressi del Canale di Suez, tutto l’equipaggio ha vissuto momenti di alta tensione in seguito alla ininaccia di un attacco aereo; ci hanno fatto indossare il salvagente, ma per fortuna il pericolo è stato scampato. Siamo sbarcati a Massaua di sera e da qui con un treno abbiamo raggiunto ASMARA, dove siamo stati ospitati . in un albergo al Corso dei Re. Ho cercato di mettermi in comunicazione cori mio marito ma inutilmente perché tutte le linee erano interrotte a causa dei bombardamenti aerei. Ad Asinara ci siamo fermati due giorni dopo di che siamo stati trasferiti a Gondàr, la capitale dell’Etiopia. Il viaggio è durato tre giorni e tre notti; di sera, per evitare gli assalti dei ribelli ci fermavamo in alloggi precari da dove si ripartiva la mattina. Ad ogni sosta cercavo di chiamare mio marito per avvertirlo del mio arrivo, dato che era completamente all’oscuro della mia partenza. Sono riuscita finalmente a rintracciarlo poche ore prima di arrivare a Gondàr dove l’ho trovato ad attendermi. Siamo andati ad abitare insieme nella casa che lui aveva acquistato proprio di rimpetto a quella del Governatore italiano. E’ cominciata così la mia vita in Africa. Qualche mese dopo, mi sono accorta di aspettare un bambino ma la gioia è durata poco, perché sette mesi più tardi Ferdinando è stato richiamato alle armi per lo scoppio della guerra dei 1940 ed lo sono rimasta sola. Per fortuna le mogli incinte degli ufficiali e dei soldati stavano motto a cuore ai gerarchi fascisti e, per evitarmi ogni rischio, due mesi prima dei parto mi hanno fatta ricoverare nell’ospedale di Gondàr insieme ad altre donne. In quel periodo ho fatto dì tutto per farmi voler bene: cucivo, preparavo golfini e camicine per donne in attesa come me e aiutavo suore ed inservienti nel loro lavoro. La notte in cui ho avuto le doglie, contrariamente a quanto mi aspettavo, non c’ era nessuno che mi assistesse. Suonavo ripetutamente il campanello, ma la porta rimaneva chiusa; finalmente è venuta una suora, ma non mi sono sentita più confortata. Mi ha detto: ” Il tuo medico non può venire, non c’è, è andato ad assistere la figlia del Governatore che ha voluto partorire in casa, non sappiamo se arriverà, fatti forza se non vuoi rischiare di morire insieme a tuo figlio” Ero terrorizzata, non sapevo che cosa fare, nessuno mi aveva mai dato alcuna informazione riguardo al parto, a casa mia queste cose erano tabù, dì esse non si parlava mai alla presenza dei figli. Mi sentivo perduta, stringevo tra le mani questa corona che ancora oggi porto sempre con me e invocavo col pensiero, perché le labbra non riuscivo a muoverle, Sant’Anna e mia madre. All’improvviso ho sentito la porta che si apriva di nuovo e la voce gentile di una donna che mi invitava ad avere coraggio, mentre con la mano mi accarezzava la testa. Era la moglie di un ufficiale che non ho mai dimenticato e che benedico continuamente. Aveva saputo del mio stato ed era accorsa a farmi compagnia. Con lei vicina il travaglio mi è sembrato più tollerabile. La sua mano amica mi ha dato la forza di sopportare il dolore fino al mattino, quando è arrivato il dottore Cecere, un medico di Caserta, Direttore dell’ospedale,che mi ha assistito durante il parto ed ha battezzato il bambino a cui ho dato il nome di Fabio. Durante la permanenza in ospedale ho ricevuto la visita del Viceré di Addis Abeba che è rimasto ammirato di fronte alla bellezza di mio figlio e mi ha offerto un premio di 1.500 lire. Ma in quel momento lo non pensavo affatto al denaro, mi sono gettata Piangendo al suoi piedi e l’ ho implorato di far ritornare a casa mio marito. Due mesi dopo, inaspettatamente, Ferdinando è tornato per una licenza di 15 giorni ed ha potuto guardare per la prima volta suo figlio, poi è stato costretto a tornare al fronte a Cergà , in Somalia. Mentre era ancora a Gondàr abbiamo ricevuto l’ordine di sgombrare la città perché c’era pericolo di bombardamenti. Una notte è suonato all’improvviso l’ allarme, sono balzata dal letto per correre al rifugio che si trovava poco lontano dalla difesa etiopica, ma, proprio mentre entravo nel rifugio, è esplosa una bomba a pochi metri da me. Per la paura sono caduta col bimbo, che non aveva ancora un mese, tra le braccia. Ho ancora nelle orecchie l’eco di quella esplosione, li sento ancora quegli aerei, la sera, quando vado a dormire; appena chiudo gli occhi mi sembra di udire il rombo minaccioso che si avvicina, di vedere la gente fuggire, cadere tra la polvere delle esplosioni e sento ancora le urla di dolore, rivivo la paura di perdere mio figlio. Sono cose che non riesco a raccontare, che non si possono dimenticare, sono un incubo che a volte mi fa svegliare di soprassalto nel cuore della notte. E’ stato in seguito a questa paura che ho perso il latte, unico alimento di mio figlio. Fabio si è ammalato, perdendo peso giorno dopo giorno. Ero disperata, passavo le notti a vegliarlo e a pregare. Un giorno una compagna di campo, temendo che il bambino avesse contratto qualche malattia infettiva e potesse contagiare i suoi figli, mi ha gridato: “Va’ via, porta tuo figlio in ospedale ! Non vedi che muore?” Mi sentivo sola, umiliata ed impotente ma ho risposto: “Se mio figlio deve morire, preferisco che muoia tra le mie braccia”. E una mattina il medico, visitandolo, mi ha lasciato poche speranze: la vita di Fabio era legata ad un esile filo. Con la forza della disperazione sono corsa in farmacia implorando aiuto, cercando l’indirizzo di qualche pediatra capace di salvare il mio bambino. Mi è stato fornito il nome di un medico italiano, (erano tanti anche i medici stabilitisi in Etiopia) un certo dott. Mazzella di Napoli il quale, dopo aver visitato Fabio, mi ha assicurato che il bambino non aveva alcuna malattia, era solo denutrito, ma perché vivesse c’era bisogno di fermenti lattici che non si trovavano. Sono ritornata al campo in lacrime, più disperata di prima. A chi potevo rivolgermi?. Proprio quel giorno è venuta a farmi visita la moglie di un ufficiale alla quale avevo cucito dei vestiti; vedendomi in quello stato, mi ha chiesto se poteva fare qualcosa per me. Ho avuto un lampo improvviso, certo che poteva aiutarmi! Facesse mettere una richiesta di aiuto per mio figlio sul Corriere Eritreo. Non ero molto fiduciosa, ma avevo bisogno di aggrapparmi a qualsiasi speranza. La mattina successiva sono andata di corsa a comprare il giornale, l’ho sfogliato con mano tremante e con una gioia mista a sorpresa, ho scorto l’ inserzione che riguardava mio figlio. Immediatamente sono cominciate ad arrivare le medicine alla sede dei Corriere , ma, purtroppo mancavano le ricette. Sono tornata di nuovo dal dott. Mazzella Il quale, finalmente, mi ha garantito che, grazie a queste medicine, il bambino sarebbe guarito. Infatti ha iniziato subito a riprendersi e in breve è tornato a sorridere. Gli ho scattato tante foto in quel periodo, volevo cogliere ogni gesto, ogni cambiamento perché suo padre al ritorno potesse vederne tutti i progressi. Ma il destino aveva deciso diversamente, perché mio marito moriva durante un pattugliamento tra le montagne etiopiche, senza aver avuto la possibilità di riabbracciare quel figlio che aveva visto solo appena nato. Non ho saputo subito la dolorosa notizia ed ho continuato ad aspettarlo. Nel frattempo sono stata costretta a lasciare Gondàr e tutto ciò che avevo, la casa e la proprietà che mio manto era riuscito ad acquistare. Insieme ad altri profughi sono stata trasferita ad Asmara, dove siamo riimasti accampati nella scuola “Principe di Piemonte” in viale Mussolini. Qui la vita si è fatta dura; in seguito alle sanzioni economiche volute dagli Inglesi, non arrivavano più viveri ed inoltre, pur essendo stata dichiarata “città aperta” Asmara è stata bombardata. Per racimolare qualche lira, mentre il bambino dormiva, cucivo vestiti per le mogli degli ufficiali e messaggi per i prigionieri. I soldati per inviare notizie alle famiglie scrivevano i loro messaggi su un pezzo di mussola bianca, che io mi adoperavo a cucire all’interno della fodera dei pantaloni, affinché sfuggisse ai controlli. Dovevo far fronte alle spese, ma volevo anche tenermi impegnata per non pensare. Di tanto in tanto correvo ai posti di blocco cercando notizie di mio marito o ai campi di concentramento dove arrivavano colonne di camion carichi di prigionieri, ma niente… nessuno lo aveva visto. La mia vita scorreva monotona e triste nell’attesa mentre Fabio cresceva e diventava un bambino molto vivace. Spesso, quando dovevo uscire per le consegne, chiedevo a qualche amica di accompagnarmi; i principi della rigida educazione ricevuta non mi avevano abbandonata, era come sentirsi ancora controllata e avvertire la voce di mia madre che mi proibiva di uscire da sola. Una domenica dovendo consegnare un vestito, sono uscita con una arnica di campo, Artemisia Piscitelli, anch’ essa italiana e originaria di Benevento. E’ stato quel giorno che davanti al palazzo del Governo abbiamo incontrato un Giovanotto, Amedeo Testa, vecchio amico di Artemisia e in Italia suo vicino di casa. Egli, all’arrivo degli Inglesi, aveva smesso la divisa, camuffandosi presso il Governo come internato civile. Artemisia me lo ha presentato ed lo ho notato che mi guardava con un certo interesse, ma non vi ho dato importanza. Ho saputo poi che, andando via, ha sussurrato all’orecchio della mia amica: “Come mi piace quella signora! Se non fosse già sposata me la sposerei!”. Dal canto mio continuavo ad aspettare mio marito e a sperare nel suo ritorno, recandomi ancora ai posti di blocco per avere sue notizie; Amedeo, che era oramai diventato anche mio amico, ci accompagnava spesso con la sua vecchia macchina. Una mattina, essendosi sparsa la voce che al Forte Baldissera di Asmara dovevano arrivare gli ultimi prigionieri, siamo corse lì, ma niente, nessuna notizia. Abbiamo incontrato la Presidente della federazione fascista, una certa signora Casale che, guardandomi con espressione di rimprovero mi ha detto: ” Che vai facendo in giro coi bambino piccolo? Perché non te ne vai a casa?”. Lei sapeva già della morte di mio marito, non ha trovato il coraggio di dirmelo. Quello stesso giorno, alle quattro del pomeriggio, è venuta una crocerossina che senza preamboli mi ha detto: “Ferdinando Sgueglia è morto”. La notizia mi ha colpito come uno schiaffo in pieno viso ed ho reagito in modo immediato, quasi animalesco, dando un calcio alla donna, poi sono caduta a terra priva di sensi. Mi sono ripresa la mattina successiva, intorno a me c’erano tante donne a condividere il mio dolore e ad esprimermi solidarietà. Niente mi appariva più come prima, ero sola con un bambino piccolo in un Paese straniero, senza l’attesa confortante che mi aveva sorretto fino al quel momento. Per fortuna c’erano Fabio ed Amedeo che mi stavano silenziosamente vicini. Un giorno, non avendone direttamente il coraggio, ha pregato Artemisia di dichiararmi il suo amore. La mia risposta è stata un secco no, anzi sono diventata addirittura diffidente. Che cosa volevano da me? Forse intendevano ricattarmi perché avevo contratto qualche debito con l’amica per tirare avanti mio figlio, era facile ingannare una donna sola che non aveva chi la difendesse. Ma Amedeo non ha insistito, ha solo continuato ad offrirmi la sua amicizia discreta. Trascorreva molte ore con il piccolo Fabio e la figlia di Artemisia, spesso portava i bambini in giro e faceva loro piccoli regali, conquistandone la simpatia. Un giorno Artemisia, mi ha confidato che Amedeo era disposto a dare a Fabio il suo cognome. “Mio figlio ha avuto un padre ed ha già un cognome” le ho risposto in modo poco gentile. Tuttavia qualcosa cominciava a muoversi dentro di me. Fabio era la mia grande gioia ma aveva i suoi ritmi, i suoi bisogni ed lo avvertivo la stanchezza di dover pensare a tutto da sola. Avevo appena 23 anni! Mi sorprendevo talvolta a desiderare di uscire, a voler dimenticare la guerra, gli stenti, la paura ed ero contenta di poter fare qualche passeggiata con Artemisia ed Amedeo, ma … di iniziare un’altra storia non ero capace. Ero perplessa, non riuscivo a pensare al futuro. Un giorno ricordandomi di un mio paesano, Mario Frangipane, che faceva il calzolaio ad Asmara, sono andata a trovarlo per confidarmi con lui e avere un consiglio sincero. Quando gli ho parlato di Amedeo la sua risposta è arrivata chiara e decisa: ” Che aspetti a risposarti? Sei giovane ed hai un figlio, stai solo attenta che non sia già sposato, informati bene”. Ma solo Artemisia conosceva tutta la verità e proprio lei, guardandomi seriamente, una sera mi ha detto: “Amedeo si è innamorato subito di te, la prima volta che ti ha visto. E’ un caro ragazzo. lo conosco da quando sono nata, ha pure un fratello sacerdote che fa il cappellano militare. Sposalo!”. Allora ho abbandonato ogni resistenza e gli ho detto sì. Il 14 febbraio del 1942 ci siamo sposati nella cattedrale.di Asmara. Da questo momento sono uscita dal campo profughi e sono andata a vivere nella casa che mio marito aveva affittato. Sono rimasta incinta per la seconda volta, ma anche la fine di questa gravidanza è stata imprevedibile. Nella stessa casa in cui abitavamo noi c’erano anche la moglie e il figlio di un ufficiale che era stato fatto prigioniero. Un sabato, mentre la madre era fuori, il ragazzo, che poteva avere all’incirca otto anni, ha aperto una cassetta di munizioni che si trovava in casa ed ignaro si è messo a giocare. All’improvviso una bomba gli è scoppiata vicino portandogli via una mano; alle urla del bambino mi sono precipitata fuori ma, alla vista di tutto quel sangue mi sono sentita male e sono caduta. Fortunatamente sono rimasta illesa, però poco dopo sono cominciati i dolori e, prematuramente, ho dato alla luce Matilde la mia seconda figlia. Era l’agosto del 1942. Con la nascita della bambina è aumentato il lavoro e per farmi aiutare ho preso in casa una ragazza negra di nome Lestè; questa non era cattiva ma si divertiva a farmi dispetti. Incoraggiata dalla politica propagandistica di Mussolini che aveva fatto credere di essere venuto a riscattare i diritti umani della gente etiope, mi guardava con disprezzo e non perdeva occasione di ripetermi che ora eravamo uguali, confondendo il principio giusto dell’uguaglianza con il mancato rispetto delle cose altrui e l’inosservanza di ogni regola igienica. A volte mi sfidava quasi, portandosi alle labbra, magari ancora sporche di sugo o di altro, il bicchiere che poi avvicinava alle labbra dei bambini. Non ce l’ ho fatta più a lottare con la paura di una eventuale malattia che potesse colpirli e l’ ho mandata via. Qualche giorno dopo ero sola in casa quando ho sentito bussare alla porta, sono andata ad aprire e mi sono trovata di fronte un uomo alto e robusto che voleva sapere perché avessi mandato via Lestè. Ho cercato di giustificarmi dicendo che non ne avevo più bisogno, ma l’uomo non si decideva di andare via e mi scrutava in modo minaccioso; allora ho raccolto tutto il mio coraggio e, facendo finta di niente gli ho detto con un sorriso: ” “Ma sì, hai ragione, tu volere sterline? ho capito, ecco, tieni” e gli ho consegnato i miei risparmi. Nel luglio del 1943, finita la guerra, il Governo inglese, subentrato a quello italiano, ha ordinato a donne e bambini di ritornare in patria ma, prima di partire dovevamo rimanere due mesi isolate in un campo di concentramento circondato da filo spinato e controllato dalle guardie. Mio marito veniva ogni giorno ma non poteva avvicinarsi e mi chiamava da lontano. Una volta ho escogitato uno stratagemma, ho lanciato fuori dal recinto prima Fabio, poi Matilde ed infine mi sono buttata io; se mi avessero scoperto, avrei detto che ero uscita per riprendere i bambini scappati in un attimo di distrazione attraverso il reticolo. Invece nessuno si è accorto di nulla e così abbiamo trascorso una giornata a casa tutti insieme, ritornando al campo la sera. Nell’agosto del 1943, dal porto di Asmara sono partite le prime due navi per l’Italia scortate dagli Inglesi, la Caio Duilio e la Giulio Cesare sulla quale sono salita io insieme ai bambini. Matilde aveva appena un anno. Era proibito portare con noi oggetti o denaro, ma ho giocato ancora una volta d’astuzia, dopo l’ultimo controllo, nel momento in cui mio marito mi salutava, assieme alla bambina mi ha allungato in un unico fagottino, un bel gruzzoletto. Il viaggio è durato due mesi rilevandosi più lungo e pericoloso del previsto,‑ abbiamo fatto il giro di Gibilterra, a me ed un’altra signora hanno fatto gettare in mare la corona (meno male che ne avevo un’altra!). La nave inglese ci ha scortato fino a Malta poi, una volta entrata nelle acque italiane, dopo aver sparato tre colpi di cannoni è tornata_indietro. Durante il viaggio ho assistito ad un tentativo di furto ad opera di uno dei clandestini che si erano intrufolati nella nave‑ Nella cuccetta sopra la mia dormiva una signora tedesca, all’improvviso ho visto tiri uomo che cercava di impadronirsi della sua borsa, senza pensarci due volte ho gridato aiuto e l’uomo è scappato, ma, da quel momento, per tutto il viaggio ho avuto una terribile paura Siamo infine sbarcati a Taranto al porto vecchio e da qui, con un altro barcone siamo arrivati a riva. Da Taranto dovevo andare a Benevento dai suoceri come mi aveva raccomandato mio marito e sono salita su un vagone adibito al trasporto dei bestiame, viaggiando per tutta la notte. Arrivata nel pressi di Benevento la mattina dopo, mi sono resa conto che anche li c’erano stati dei bombardamenti e che la stazione era saltata. Come avrei fatto a raggiungere Beltiglia di Ceppaloni, il paese di mio marito? Mi sono guardata intorno, non c’era nessuno, che avvilimento! Poi ho udito il rumore di una macchina, l’ ho fermata ed ho pregato l’autista di darmi un passaggio fino al paese. Mi ha lasciata davanti alla chiesa e non ha voluto nessuna ricompensa. Sulle scale della chiesa ho notato un signore che non conoscevo ne avevo mai visto neppure in fotografia, tuttavia ho avuto subito la sensazione che fosse mio suocero. Mi sono avvicinata ed anche a lui è bastato guardarmi per essere certo che fossi la moglie di suo figlio. Mi ha accompagnata a casa e mi ha presentato tutti i componenti della famiglia che, in effetti, sapevano già tutto di me, avendo fatto accurate indagini presso il Comune di Caiazzo, presso la Curia Vescovile e presso la caserma dei carabinieri oltre che andando a conoscere direttamente la mia famiglia presso la quale mio suocero e mio cognato si erano fermati una settimana. Ho appreso che in Italia era da poco incominciata la guerra e che anche li c’era continuo rischio di bombardamenti. Avrei voluto correre al mio paese, rivedere i miei genitori, i miei fratelli, dire loro che ero tornata e che stavo bene, ma non c’erano mezzi di comunicazione e la linea ferroviaria era interrotta. Un giorno mentre camminavo per strada mi è sembrato di conoscere una signora di Caiazzo e ho chiesto a mio suocero di fermarsi; mi ha risposto che sicuramente mi ero sbagliata, che avevo preso una svista. Ho finto di crederci, poi, obbedendo ad un impulso più forte di me sono tornata indietro e l ‘ho chiamata; avevo ragione, anche lei mi aveva riconosciuto subito ma nel dubbio non aveva osato fermarmi. Mi ha detto che il marito, Stefano Giannelli faceva il “collocatore” a Benevento e viaggiava tutti i giorni; in uno slancio di gioia l’ ho abbracciata, potevo finalmente raggiungere Caiazzo! E invece i miei suoceri, adducendo come scusa i rischi della guerra, non mi hanno lasciato andare, ho potuto soltanto avvertire la mia famiglia che ero tornata e che stavo a Beltiglia. Una mattina, sfogliando il giornale ho letto la terribile notizia dell’eccidio di Monte Carmignano presso Caiazzo, dove, in un casolare erano state barbaramente uccise dal tedeschi ventidue persone. Colpita da un malore improvviso al pensiero dei miei cari, di cui non sapevo nulla, sono stata costretta a letto ma questa volta il destino mi teneva in serbo una bella sorpresa. Il pomeriggio di quello stesso giorno, con un calessino trainato da una giumenta, sono arrivati mio padre e mio cognato. abissinia21.jpgCon loro sono tornata a Caiazzo, un viaggio per niente facile. per le strade dissestate e per il pericolo incontrato nell’attraversare il fiume Volturno. Dopo un mese durante il quale con una vecchia bicicletta mi sono recata da un ufficio all’altro per i documenti necessari a superare i posti di blocco, sono ritornata a Beltiglia, rimanendo a casa dei miei suoceri ancora per un anno. Non posso dire di essere stata trattata male per quei tempi ma neppure che mi piacesse vivere con loro. Avevo superato tante difficoltà, avevo rischiato la vita insieme ai miei figli in pericoli di mare e di terra, ma ero stata sempre libera di fare le mie scelte, giuste o sbagliate che fossero, libera di esprimere il mio pensiero. Ora dovevo accettare le scelte degli altri, dire sì alle cose che non condividevo, abituarmi a fare lavori che non avevo mai fatto, tra l’altro ho dovuto imparare a fare il pane. Tuttavia non ho cercato mai di contraddirli, sopportavo tutto con pazienza nella certezza che prima o poi sarei andava via. Nell’inverno del ’44 la bambina si è ammalata e così mi sono trasferita a Caiazzo dove il clima era più mite. L’anno dopo, nel ’45 è tornato mio marito e poiché anche a lui è piaciuto il mio paese, ha deciso di vendere la sua parte di proprietà e di venire a vivere a Caiazzo, dove abbiamo iniziato a costruire la casa nella quale ancora oggi vivo. Concludendo il suo racconto la signora Assunta sorride. “Ogni tanto mi ritorna alla mente qualche episodio, la mia vita è stata un romanzo, rivedo tutto come in un film. Una sola cosa voglio dirvi ancora: bisogna avere fede, io ne ho avuta tanta, fede e pazienza,‑ la pazienza è una cosa importante, vorrei dirlo alle donne di oggi che non sanno aspettare. Bisogna che arrivi il momento giusto, ma nel frattempo non starsene a guardare facendo affidamento sugli altri; ognuno deve lottare personalmente per ottenere quello che vuole. E poi “Studiate!” ho ripetuto sempre ai miei figli, ai miei nipoti e spero, di poterlo ripetere ai miei pronipoti; l’istruzione è una cosa sacra, io tante volte ho dovuto tacere per evitare di esprimermi male, ho imparato però ad ascoltare e a far funzionare il mio cervello. Vi ringrazio di avermi dato la possibilità di raccontare queste cose”. Vorremmo fermarci ancora per conoscere altri particolari, ma si è fatto tardi. La signora Assunta ci accompagna al cancello; dalle splendide aiuole del giardino che lei stessa continua a curare e si leva il profumo intenso delle fresie, mentre lungo il viale c’è una nidiata di bambini che si rincorrono felici. Sono i suoi pronipoti. Abitano tutti lì, intorno al nucleo originario che è la sua casa e quasi saldati con essa sono sorti via via gli appartamenti dei due figli Fabio e Matilde prima e poi dei suoi nipoti, in un digradarsi di scale, vialetti, accessi principali e secondari. Una vera e propria reggia in cui vivono quattro generazioni, le cui fondamenta sono state gettate dal coraggio e dall’intraprendenza di questa donna che, sfidando il destino in un periodo in cui alle donne era riservata soltanto la calza, ha costruito la propria fortuna.
Prof.ssa Rita De Matteo