La carestia del 1764

Tratto dal libro “La carestia del 1764 e il colera del 1837” di CARMINE PORCARO


Lo scarsissimo raccolto dell’annata 1763 portò nel Regno di Napoli stenti e privazioni difficili da descrivere, di più da immaginare al giorno d’oggi. Moltissimi, tanti non riuscirono, infatti, a sopportarli e ne morirono.
La stessa Benevento che, assieme ai suoi casali di San Leucio e Sant’Angelo a Cupolo, faceva parte dello Stato Pontifìcio, ebbe i suoi rilevantissimi problemi, i suoi morti d’inedia, le furberie degli sciacalli di turno, le sacrosante punizioni. Molto diligente, al riguardo, il lavoro del parroco di San Nazzaro, il Vicario Curato Perpetuo Giuseppe Riola il quale, diversamente da quanto fecero i suoi colleghi degli altri Paesi qui esaminati, annotò i morti per fame. Questa precisione non la troviamo da nessun’altra parte, per cui non è possibile separare i morti per fame dagli altri. Ma è ragionevole supporre che i più siano morti per mancanza di cibo e, d’altra parte, lo studio delle costanti demografiche non lascia, a proposito, alcun margine al dubbio.
L’approccio con le origini della carestia lo iniziamo da Pietro Colletta (1), nella sua Storia del Reame diNapoli (f.lli Melila Editori, La Spezia, 1990): “Nell’anno 1763, per iscarso ricolto (= raccolto) di biade, i reggitori si affrettarono a provvedere l’annona pubblica, i cittadini la privata: ma volse in danno il rimedio, però che il molto grano messo in serbo, soccorrendo i bisogni avvenire, trasandando i presenti, fece la penuria nel cominciar dell’anno 1764 certa ed universale. Le inquietudini e i lamenti del popolo, i falli del governo, l’avidità dei commercianti, e i guadagni che vanno congiunti ad ogni pubblica sventura, produssero danni maggiori e pericoli: si vedevano poveri morir di stento: si udivano vuotati magazzini o forni: poi furti, delitti, rapine innumerevoli. La reggenza, prefiggendo alle biade piccolo prezzo in ogni terra o città, desertò i mercati: dicendo non vera la penuria ma prodotta da monopo listi, concitò turbolenze: e disegnando (=indicando) a nome certi usurai, furono uccisi. Spedì nelle province commissari regi e squadre di armigeri a scoprire i depositi di frumento, metterlo a vendita ne’ mercati, e punire (diceva l’editto) gli usurai nemici de’ poveri; Capo de’ commissari con suprema potestà era il marchese Fallanti, che, a mostra di rigorosa giustizia, faceva alzare le forche ne’ paesi dove poco appresso ei giugneva con seguito numeroso ed infame di birri e carnefice. Nessun deposito fu scoperto, però che tutti i magazzini erano stati innanzi vuotati dal popolo, nessun uomo restò punito.perché non mai vero il monopolio: quelle provvidenze valsero a palesare la stultizia del governo, e accrescere nella plebe la disperazione e il disordine. S’ignora quanti morirono di fame, e quanti ne’ tumulti, gli uni e gli altri non computati per negligenza, o non palesati per senno del governo. Finalmente, saputa ne’ mercati stranieri la fame di Napoli, vennero con gara di celerilà molte barche di grano, e la penuria cessò. Allora nuova prammatica sciolse i contratti della carestia, riducendo a prezzi bassi ed a condizioni prescritte le cose innanzi pattovite (= pattuite) per comune volontà e interesse; ed altra prammatica rimise le colpe (furti, spogli, omicidi) commesse per causa di penuria. Tutte le dottrine di Stato, tutte le giustizie furono conculcate.
Ne i riferiti avvenimenti ammaestrarono la reggenza: per lo contrario, divenuta più timida, accrebbe negli anni seguenti le provvigioni dell’annona, vietò l’uscita a’ prodotti nativi del regno, doppiò la povertà. E però i contadini, migrando a stuoli non che a famiglie, fecero necessario nell’aprile del 1766 che il governo li ritenesse per leggi e pene”.
Fin qui il Colletta che descrive, con sufficiente chiarezza, il quadro dentro il quale maturò la catastrofe. Non manca, ed è un merito del Colletta, l’individuazione delle cospicue responsabilità politiche che non diciamo causarono, ma almeno favorirono, una fenomenologia di tanta imponenza. Lodevole l’onestà del Colletta.
Ma non mancano altre pubblicazioni. Particolarmente attuale lo studio di Annibale Laudato La carestia del 1764 nell’alta Valle del Tammaro edito a cura dell’Autore nel maggio del 1983 e stampato dalla Tipografia Pollastro di Torrecuso. Oltre ai dati terrificanti del flagello nei Comuni di Sassinoro, Campolattaro, Morcone, Circello, Reino e Castelpagano (2583 morti cui vanno aggiunti gli almeno 350 di Colle Sannita non registrati) Laudato si sofferma con seria analisi sulla demografia, l’economia, il sociale, insomma sulla condizione d’insieme di un comprensorio che è poi uguale, in buona sostanza, al resto della Provincia e forse del Meridione.
Così esordisce Laudato (2): Il 1700, che fu secolo di crescita ma che non mancò di crisi economiche, è tristemente famoso per il Sud per il 1764, l’anno della penuria e della fame.
Il Flagello, che colpì inesorabilmente il Mezzogiorno d’Italia, sconvolse non solo Napoli e le altre città del Regno con forte addensamento demografico, nel cui ambito erano più forti i rigori della carestia, ma anche i piccoli centri rurali in apparenza meno vulnerabili perché produttori di derrate alimentari. L’ondata di mortalità fu anche lì cosi intensa che in molti fece presagire un ritomo ai tristi tempi della peste del 1656.
Dal volume Benevento e i Fatebenefratelli di Giovanni Giordano (Auxiliatrix, 1976) leggiamo (3) “I poveri che son venuti in Benevento che sono finora al numero di seimila poveri, quali tutti vanno elemosinando e gridando ad alta voce la carità per la Città, cose che ti fanno inorridire… – Cronaca manoscritta pubblicata da La settimana di Benevento, 1902, Anno IV, 21, 22, 24, 25. L’ospedale generosamente si apre e si impoverisce per una larga assistenza alla moltitudine degli infermi, tanto cittadini, quanto forastieri, che sono concorsi nello Spedale… (Archivio Storico Provinciale – Museo – Benevento – Deliberazioni Consiliari, 1751-1766 fogli 288—289”. E ancora: “XXXVII – Libermortuorum della Parrocchia di S. Marco de Sabariani (anno 1764, foglio 54 v). Una delle tante testimonianze sulla tragicità della carestia del 1764: a dì 23 giugno 1764 Cecilia Girone (Girone) figlia di Marcellino e Vittoria D’Amico di anni 55 in circa morta in casa di Teresa Anzovino, quale per carità L’ACCOLSE IN SUA CASA, PER NON FARLA MORIRE IN MEZZO ALLA STRADA (Opera citata).
E infine a pagina 52: 1764. …Il grave interesse sofferto nella decorsa penuriosa annata per il gran numero degli poveri Infermi nel detto Suo Convento concorsi e da quei religiosi caritativamente raccolti, ed assistiti ma anche il gran commodo che se ne ricava da questa città, e suoi cittadini del detto Spedale nelle loro indisposizioni -. (Archivio Storico Provinciale – Museo – Benevento – Fondo Civico: Deliberazioni Consiliari, 1751-1766, foglio 298 r.).
Sulla carestia del 1764 è possibile leggere qualcosa di Alfredo Zazo (4): “Nel 1764, incombendo minacciosa su Benevento come in tutto il Regno di Napoli la carestia, adeguate misure furono attuate da uno dei suoi più benemeriti governatori, Stefano Borgia (5) che resse la Città dal 1759 al 1764, meritando l’apposizione di una lapide nel Palazzo del Comune che lo ricorda come salvatore della Città. Fra i suoi provvedimenti, l’attuata proposta di sospendere la Fiera dell’Annunziata importante per numeroso afflusso di forestieri. Convocato dal Borgia il Consiglio cittadino, il 4 marzo 1764, ecco quanto fu riassunto nel verbale di quella seduta: “Dall’Ili.mo e Rev.mo Monsignor Governatore è stata fatta la seguente proposizione: Signori miei, ho fatto convocare il presente Consiglio a fin di passare nella loro intelligenza che approssimandosi l’imminente Fiera della SS. Annunziata che ogni anno nel dì 25 dell’andante mese, per otto giorni continui suoi celebrarsi in questa Città, ben sanno quale sia il concorso di ogni ceto di forestieri che vengono con animali e mercanzie per qui alienarli (= venderli). In tal congiuntura si verrebbe senza dubbio a consumare tutto il grano che qui rattrovasi per la provvista e il mantenimento dei soli cittadini.
Ora è ben chiaramente nota a lor Signori, la carestia estrema di ogni genere di vettovaglie che da per ogni dove corre e in particolare in questa Città e considerando nello stesso tempo, che il grano in questa Città esistente non è sufficiente che al solo mantenimento dei poveri cittadini sino alla ventura raccolta, ho rilevato che consumato dai forestieri sudetti, verrebbe questo popolo a patire gravi danni. Onde lascio a lor Signori il ponderare con matura riflessione sulla delicatezza della materia, pur troppo grave e spinosa, gli espressi motivi da me esposti, del non farsi la Fiera suddetta. Può ognuno, liberamente, su tal pendenza, dire i suoi sentimenti”. “Quale proposizione intesa dai Signori Consoli e Consiliari e ben discussa, è stato risoluto viva voce et nemine discrepante (con nessuno dissenziente, n.d.a.) vel contradicente, che attese le accennate, giustificate cause di sopra dette, non doversi dar seguito alla Fiera dell’Annunziata in questo corrente anno 1764. Per il di cui effetto farsi imprimere in stampa più editti e questi mandarsi in diversi luoghi del Regno di Napoli a fin di farsi noti ai negozianti. E’ stato ciò determinato in conformità del savio pensiero di detto Monsignore Ill.mo e Rev.mo Governatore e si sono e sino sono dati per la sollecita e pronta esecuzione, gli ordini convenienti”.
Pagina importante, tirata fuori da un volume assai utile e stimolante, dei tanti lasciati da Zazo, figura largamente preminente nella storiografia di Benevento e della sua provincia. Diciamo subito che Zazo non è il solo a entrare nella carestia del 1764, a parte gli autori già citati.
Mons. Antonio De Rienzo (6), nel 1923, si era ampiamente occupato della carestia con una pregevole monografia intitolata La carestia e l’epidemia del 1764 in Benevento, riportata, alla fine dell’anno successivo, sugli Atti della Società Storica del Sannio, donde la recuperiamo noi grazie alla consueta, squisita disponibilità degli amici studiosi e bibliofili Salvatore Basile e Mario Boscia. Il lavoro del De Rienzo, detto per la cronaca, pesca con abbondanza (e anche qui sta il cospicuo merito di questo prolifico e autorevole ricercatore) nel lavoro di Michele Sarcone, Istoria ragionata de’ mali osservati in Napoli nell’intero corso dell’anno 1764 scritta da Michele Sarcone, medico direttore dell’Ospedale del Reggimento svizzero di Iaich – Napoli, 1838:
II perché della scelta è spiegato dallo stesso De Rienzo nella monografia che riportiamo, soprattutto perché ci aiuta non poco a rivisitare i luoghi e ritrovare atmosfere altrimenti difficili da individuare e pure da immaginare.
Buon ultimo, ma certo non tale per qualità d’indagine e rigore di analisi il contributo che, sull’argomento, fornisce Gianni Vergineo nella sua Storia di Benevento.
Vediamo cosa scrive sulla carestia, nel capitolo dal titolo: La carestia nel granaio: (7) “II periodo e, va dal 1759 al 1764 è uno dei più critici del regno di Napoli, ma è molto grave, anche se un po’ meno, per Benevento: la miseria attinge livelli estremi di squallore: la morte per fame e una dominante nel funereo paesaggio sociale.
Nel 1764 il Governatore Stefano Borgia (1759-64) si trova di fronte ad una situazione esplosiva. L’anno rappresenta l’acme della catastrofe di un dramma già abbastanza doloroso negli atti precedenti: fame e peste galoppano con il ghigno della morte. Le piaghe tradizionali ora sono virulentate dalla tremenda congiuntura. La carestia fa strage di vite e di rapporti umani. Si allenta ogni freno morale e sociale. La gente si da al contrabbando, al brigantaggio, ai tumulti, ai saccheggi una volta impegnato anche il letto per un po’ di farina.
Cade nell’anomìa. I registri dei Monti frumentari o di pietà, gli status animarum, i libri dei morti, dei matrimoni e dei battesimi, gli atti pubblici hanno una eloquenza agghiacciante. Gli uomini crollano sotto il flagello come spighe sotto la falce.
Il Governatore, dice ENRICO ISERNIA (8), fece mirabili sforzi per preservare la città da siffatta sciagura. E, mediante le sue cure e i sagaci provvedimenti adottati in tale occasione, il frumento vendevasi a Benevento per meno di un terzo del prezzo col quale compravasi nei mercati di Napoli. Né ciò è tutto. Egli fece accogliere con molta larghezza in Benevento tutti i regnicoli che vi trassero per fuggire la morte, e dispensare ai napoletani, a prezzi discretissimi, come in tempi ordinari, il grano che si stimò esuberante ai bisogni del paese. E con tutto ciò vi fu una inusitata mortalità in quell’anno, per cui il Comune a interrare tanti cadaveri costruì l’antico camposanto che giace poco più di un trar di mano dal ponte Lebbrosi”. La verità è che, per conservare alla città le sue scarse risorse e preservarla dal contagio, il Borgia si preoccupa di far deliberare dal Consiglio cittadino il blocco dall’interno con provvedimenti severi tra i quali la sospensione della fiera dell’Annunziata, onde evitare l’afflusso dei forestieri e postulanti. Del resto la situazione è abbastanza nota. La città, per la sua posizione difficile, è costretta a conservare congrue scorte di grano, onde poter fronteggiare eventuali blocchi economici. Praticamente essa si trova alla mercé del rè di Napoli che allenta o stringe la presa a secondo dei suoi interessi. Se ha bisogno di grano minaccia o attua l’accerchiamento finché non abbia ottenuto il quantitativo richiesto e al prezzo più conveniente. Di fatto è Napoli che fissa il prezzo, non il Governatore di Benevento. Il quale, in occasione della carestia, certamente fa tutto ciò che è in suo potere, ma non nel senso indicato da Isernia, che è quello apologetico della tradizione municipalistica, bensì nell’unico senso possibile: cedere al rè di Napoli il grano che non si può rifiutargli e accantonare per la città le riserve precauzionali del caso e nello stesso tempo difènderla dall’assedio dei regnicoli affamati, che, certamente, non fa accogliere con molta larghezza, ma è costretto dalla ressa tumultuosa a sistemare, comunque, nel suburbio e nel numero consentito dallo stato di necessità.
Sono cose che capitano un po’ dovunque, ma che forse a Benevento assumono un aspetto particolare, data la fama che la città pontificia gode per la intraprendenza dei suoi mercanti di grano e la instancabile pertinacia dei suoi incettatori. Se il Governatore meritasse per queste sue operazioni il titolo di salvatore della patria che gli assegna una lapide nel cortile del palazzo municipale, nessuno lo può dire. Una cosa è certa: che egli si comporta, pur tra mille contraddizioni, da comune uomo di governo. Lo dicono i fatti. E molti aspetti della sua opera restano piuttosto oscuri e ambigui. Uno di essi è che il Salvatore della città non riesce a salvare la povera gente. E questo è un aspetto di non poco conto. I poveri non hanno ville dove rifugiarsi per sfuggire al contagio. I poveri cadono perciò come spighe sotto la falce. Anche a Benevento i cadaveri si decompongono spesso all’aria aperta per la impossibilità di componi in una bara. L’attrezzatura dell’ospedale di S. Diodato è messa a dura prova. L’ardore di carità dei frati fa miracoli. Ma la sciagura è immensa. E le risorse umane si cimentano con un destino schiacciante.
Si pensi alla successione tragica degli eventi che è come la graduale epifania di un fato incalzante. Nel 1759, all’improvviso, si presenta la prima costellazione maligna, per una combinazione di fattori climatici e di agenti parassitari che si aggiunge alla forte crescita demografica. Nel 1761-63 scende a zero la produzione granaria. Si adottano misure contraddittorie dettate più dal panico che dalla ragione. Si incetta ciò che si può. Si proibiscono di colpo le esportazioni. Si tenta la calmierazione dei prezzi. Ma il contrabbando dilaga con la scomparsa del mercato legale delle derrate alimentari, non senza la complicità di funzionari ed ufficiali pubblici. Nel 1764, infine, che è l’anno più rovinoso, la popolazione esterna si addossa e si assiepa intorno alle mura di Benevento per avere cibo e riparo.
Quattro taverne prese a nolo fuori Porta Rufina, congestionate di poveri, lì raccolti per carità, mandano un tanfo pestilenziale, creando problemi igienico-sanitari insolubili, con i pochi mezzi a disposizione. I provvedimenti, come al solito, esaltano la malizia degli speculatori. I prezzi del mercato nero salgono vertiginosamente alle stelle, mentre il mercato legale è quasi inesistente. In questa situazione solo i signori sono coperti. I poveri sono spazzati via dal vento gelido della morte e importa poco o nulla che il prezzo ufficiale del grano sia modesto, se non si trova nel mercato o se mancano i pochi soldi che occorrono per la povera razione. L’annona rivela, ancora una volta, la sua natura d’istituzione protettiva del privilegio signorile e mercantile. Tutte le pubbliche magistrature denunciano la loro impotenza. E’ una prova che lascia il segno”.
Il nostro lavoro di ricerca, lungo e meticoloso, comprende Apice, Calvi-San Nazzaro, Ceppaloni, Terranova di Arpaise (prima era il contrario, e cioè Arpaise di Terranova), San Giorgio (non Completo perché sono andati dispersi i Libri dei Defunti) e San Leucio del Sannio (9) ed è stato possibile grazie alla fattiva disponibilità e collaborazione dei parroci (che elenchiamo nel ringraziamento iniziale), custodi di quell’immenso, fondamentale patrimonio che sono i libri parrocchiali (Status Animarum, Libri Baptizatorum, Matrimoniorum e Mortuorum): ad essi un doveroso ringraziamento; ai loro predecessori, estensori dei Libri – talora stilati con calligrafie superbe -, la gratitudine degli studiosi e della comunità. Agli Autori che, prima di noi, hanno affrontato la materia, la doverosa riconoscenza di chi, come noi, ha ripreso il discorso col solo scopo di consegnare al Lettore alcune pagine della propria storia. Fatta anche di fame, di epidemie, di sofferenze atroci, di morte. Ma che, fortunatamente, non si è arrestata ne nel 1764, ne, poi, negli anni del colera del 1837 e infine, accadimento di questo nostro XX secolo, nella spagnola del 1918, che non abbiamo affrontato per carenza assoluta di materiale documentario. La storia, fortunatamente, ha continuato il suo corso, tra chiari e scuri, ma senza l’imponenza crudele dei lutti e sofferenze che abbiamo cercato di descrivere, segnatamente con l’aiuto del De Rienzo.
L’augurio, se è utile farne, è quello che non si debba più morire di fame dopo aver mangiato, come accadde nel 1764 per non esservi di meglio, lattucaine, lordiche ed altre selvaggie (10) come riporta la cronaca coeva recuperata, ad inizio del suo lavoro, da Antonio De Rienzo.
1) COLLETTA PIETRO (Napoli 1775 – Firenze 1831) Generale, uomo politico e storico. Ufficiale del genio dell’esercito borbonico, non nascose le sue simpatie per i rivoluzionari del 1799 e con la Restaurazione venne arrestato. Nel periodo francese (1806-14) pervenne ai più alti gradi militari e fu tra l’altro giudice del tribunale straordinario di Terra di Lavoro e dei due Principati. Come giornalista diresse il Monitore napoletano. Prese poi pane alle campagne del 1814 e 1815 e trattò con gli Austriaci il ritorno del Napoletano ai Borboni, i quali, per gli alti suoi meriti militari, non lo privarono del grado, limitandosi a tenerlo per qualche tempo in disparte. Nel 1820 ebbe il comando della IV divisione, militare, ma i moti carbonari di quell’anno lo ritrovarono tra i più fervidi sostenitori del nuovo ordinamento costituzionale. Tenne quindi il Ministero della Guerra e della Marina (1821). Gli sfortunati eventi militari che seguirono lo costrinsero all’esilio. Esule in Toscana, scrisse la Storia del Reame di Napoli dal 1734 al 1825.
2) A. LAUDATO, opera citata.
3) G. GIORDANO, opera citata.
4) ZAZO A., (1889-1987), Curiosità stanche beneventane, De Martini, Benevento, 1976, pagg. 98-99: E’ il pezzo intitolato La carestia del 1764 e la mancata Fiera dell’Annunziata.
5) BORGIA STEFANO, nato a Velletri il 3-12-1731, morto il 23-11-1804. Compì i primi studi sotto la guida dello zio Alessandro Borgia arcivescovo di Fermo. Giovanissimo fu ascritto a numerose accademie non esclusa la più nota Arcadia. In Roma frequentò l’istituto dei Nobili ecclesiastici di preparazione alla carriera prelatizia e ben presto, nel 1758, Benedetto XIV lo creava protonotario apostolico e referendario dell’una e dell’altra Segnatura. L’anno seguente, Clemente XIII lo inviava nella città pontificia di Benevento. Fu il suo, illuminato governo (1759-1764). Benefico verso le classi disagiate, represse enèrgicamente il brigantaggio e frenò ingordigie di speculatori durante la carestia e la successiva epidemia del 1763-4, sicché il 17 maggio 1764 i pubblici rappresentanti deliberarono l’apposizione di una lapide nel palazzo del Comune perché egli fosse ricordato come Salvatore della Città (A. ZAZO, Dizionario bio-bibliografico del Sannio, Napoli, 1973).
Il Borgia è molto noto, inoltre, per aver scritto le Memorie istoriche della pontificia città di Benevento dal sec. VIIIalsec. XVIH(Rom.a, Stampe del Salomoni, 1763-1764-1769, poi riproposte in ristampa anastatica, dalla Forni di Bologna).
6) ANTONIO DE RIENZO nacque a Benevento l’11 maggio 1866 e morì nel 1940. Di lui riportiamo la scheda pubblicata da Alfredo Zazo sul Dizionario bio-bibliografico del Sannio, Napoli, Fiorentino, 1973: “Arciprete di quella Chiesa, protonotario apostolico, cappellano dell’Ordine di Malta, solerte e benemerito bibliotecario della locale biblioteca arcivescovile Pacca. Illustrò la sua città nativa con numerose pubblicazioni frutto di assidue ricerche nella ricca raccolta di manoscritti di quella biblioteca. Diresse il Bollettino ecclesiastico fondato nel 1867 da B. Feuli (1820-1884) e collaborò a riviste e a quotidiani.
Fra le sue pubblicazioni: Vittoria Colonna a Benevento (1915); Monsignor Della Casa arcivescovo di Benevento (1922); Il Diario del cardinal Carafa (1923); La carestia e l’epidemia del 1764 in Benevento (1923); S. Tommaso d’Aquino e Benevento (1926); Aneddoti biografici di V. M. Orsini poi Papa Benedetto XIII (1929); L’Ordine di Malta in Benevento (1931); Leone XIII a Benevento (1931); Tiberio Pacca (1937).
Opere – Quasi tutti i suoi scritti sono riportati dal periodico La Settimana (Benevento), dalla Rivista Storica del Sannio, dagli Atti della Società Storica delSannio e dalla rivista Samnium. Scrisse inoltre: Cenni storici della statua e delle due chiese di Maria SS. Delle Grazie (Benevento, D’Alessandro, 1893, II ediz.); Il Seminario diocesano di Benevento (Benevento, De Martini, 1933); Cronotassi e blasonari dei Pastori beneventani (idem); Per il XXV anniversario dell’Ordine sacerdotale di S.E. Monsignor Adeodato Piazza are. di Benevento (1908-1933, idem).
7) VERGINEO G., Storia di Benevento, Voll. I-IV, Ricolo, Benevento, 1985/89, II, pp. 215 e ss.
8) ISERNIA ENRICO (Benevento 30-3-1831 / 12-2-1907). Iniziò i suoi studi nel locale Collegio gesuitico dal quale venne allontanato per aver mostrato sentimenti liberali. Nel settembre 1860 partecipò al moto insurrezionale che liberava la Citta dal plurisecolare governo pontifìcio. Pubblicò allora, La Nuova Italia, periodico che ebbe breve vita. Laureato in giurisprudenza, si dedicò all’insegnamento, partecipando pur sempre alla vita politica e amministrativa. Nel 1866 fondò col Corazzini La Gazzetta di Benevento di indirizzo moderato in opposizione al giornale II Nuovo Sannio (1863-1876) diretto da Salvatore Rampone, e nel 1873 Il Foro, giornale giuridico. Dotato di temperamento versatile, scrisse due volumetti di versi, due tragedie, saggi giuridici e articoli vari nella Gazzetta di Benevento e nell Avvenire di Benevento e sopra tutto, la Istoria della città di Benevento che ebbe varie edizioni e aggiunte (A. ZAZO, Dizionario bio- bibliografico…cit.).
9) Registri degli Archivi parrocchiali (Libri Mortuorum o Defunctomm)
10) DE RIENZO A., op. cit., – Si tratta di varietà selvatiche delle lattughe, di ortiche ed erbe che, dalle nostre parti, non è raro sentir definire come pazze per intendere che non sono esattamente raccomandabili per lo stomaco e il palato).